Questo libro Villalta lo ha pensato e scritto per i lettori, quindi, ed  è già questa una grande novità  nel panorama della poesia italiana dove i “poeti laureati” scrivono ormai soltanto per gli addetti ai lavori. Lo fanno per meglio rientrare in quella logica scambista che mortifica, affossa sempre più la buona Poesia.

Questo suo essere dalla parte del lettore di poesia, in verità, Villalta lo sta da tempo sperimentando in qualità di direttore artistico di Pordenonelegge. Il Festival è ormai tra i più importanti d’Italia e,  presentando sempre poesia ad alti livelli, richiama di anno in  anno, un numero sempre più crescente di appassionati.

Ma torniamo al libro soffermandoci, per un attimo,  su questa poesia:

L’ho mai detto, io, ai miei,/ agli amici, agli alberi, al cielo,/ anche quando davvero potevo,/ a qualcuno ho mai detto: “Sono felice”?/ Mia figlia lo dice senza pudore,/ senza paura che qualcuno le invidi/ la felicità, senza pietà per suo padre/ che la stringe in silenzio e se dice “Anch’io”/ poi deve correggere “in questo momento”.”

I bambini, certo,  non hanno paura della felicità tantomeno della verità. I bambini sono innocenti. Loro ascoltano la pura musicalità dell’essere. Non indossano maschere sociali e non hanno ancora attraversato tutti gli sconvolgimenti dati dalla furbizia e dal calcolo che li faranno diventare adulti.

Come faceva giustamente notare Elémire Zolla in Archetipi, per gli adulti “la maschera mondana diventa la pelle del viso. Allora l’idea che essa possa esserci strappata, getta nel terrore; tutto si affronta pur di non perdere la faccia. (…)” Per poi rafforzare il tutto con questo bellissimo richiamo:

“In una composizione teatrale di Kantor gli attori reggono ciascuno un pupazzo inerte. Una delle attrici si mette a ballare un valzerino grottesco, i pupazzi cominciano a seguirla e ben presto è come se muovessero gli attori; così gli uomini si fanno trasportare dalle loro biografie.”

Gli adulti, al contrario dei bambini, non riescono a disfarsi del pupazzo che li guida, spezzando così una volta per tutte l’identificazione con la propria biografia. Questo dover essere sempre ciò che profondamente non si è, questa impotenza di fronte all’istinto di lasciarsi andare e ascoltare, per una volta senza imbarazzo, la pura musicalità dell’essere, è la causa che spinge inevitabilmente verso l’imponente esperienza del dolore.

La poesia di Gian Mario Villalta, che ho appena citato, è, a mio avviso, una delle più significative della raccolta, perché meglio fa comprendere la reclusione nella nostra prigione concettuale. Non ci sono catene o sbarre: è una prigione dalle porte e finestre spalancate. Evadere è impossibile perché non rientra nelle nostre priorità. La forza dell’emozione, alla fine, è un grande problema perché spezza la forma consueta della persona, la rende debole semplicemente perché ha così poca esperienza della felicità e così tanta del dolore.

Non mi ha sorpreso affatto, quando, nella nota finale dell’autore, Villalta, ha sentito il bisogno di reprimere quello che lui definisce una debolezza:

“Imperdonabili le poesie sui figli, lo so, quasi quanto quelle sulla madre. Però che mi vergogno lo dico già nei versi, e quindi poi mi pareva più ipocrita secretare quello che avevo con tanta sollecitudine scritto.”

Villalta ha un nome, un ruolo. Ancora Zolla: “Nome e forma descrivono le cose, ma prima viene il nome, perché riflette l’archetipo a cui esso appartiene. Quando una cosa si altera, vuole  un nuovo nome proprio, che rifletta l’archetipo diverso che ormai la regge. Sinonimo di nome è “onore”. Ciò che lega l’uomo, l’incantesimo sociale che gli è stato fatto.”

Da qui si capisce come sia inevitabile prendere le distanze per non uscire dall’incantesimo e trovarsi  faccia a faccia con se stessi.

Paradossalmente,  è più facile rinunciare alla felicità ( che così poco si conosce) che al dolore (che così tanto si conosce). La ragione ce la spiega Villalta, in questa  poesia:

Perdere il dolore/ a volte è perdere tutto. Per questo non rinuncia/ all’umiliazione di sentirsi dire che non lo vuole./ Adesso sa ancora chi è. Dopo c’è solamente, /dove dovrebbe/ ricominciare, il niente.”

Gli uomini non rinunciano alla loro biografia, non sono disposti a perdere loro stessi, per riconquistarsi. Eppure c’è in ognuno di loro questa sete di tornare a certe serate memorabili, così rare nell’intero percorso di una vita:

È una scemenza, va bene, che una giornata è bella/ perché finisce, come un fiore è bello perché sfiorisce/ e via dicendo, tutto questo mondo con noi dentro/ fatto così, è stupido dirlo, per andarsene, come una sera/ che ricorderemo: solo uno scemo spera/ di farci una poesia – lo sa chiunque./ A meno che non sveli perché è vera./O almeno, se non perché, quando succede/ che ogni cosa diventa più preziosa,/ quando il tempo quasi ti precede/ più veloce di te nell’abbandono,/ quando le cose abbandonano te, le persone,/ i sogni di quando eri giovane, senza volere abbandonarti o che tu le abbandoni.

Ricorderemo sempre, a distanza di tempo,  una serata memorabile, perché nel momento in cui la vivevi, come scrive sempre Zolla, questa volta,  in Aure, “sarebbe stato assurdo domandarsi il senso della vita, perché stava lì davanti a noi, reso sensibile in un’aura. La felicità intima è l’evocazione di questi momenti vissuti nel passato ma mai trascorsi, delineati nella luce limpida, abbagliata dell’interiorità, più vera di quella del sole.”

“Diciannove poemetti sul vivere e sul vissuto. Presenze, incontri, dialoghi, intuizioni, riflessioni catturate nell’arco degli anni, sospese fra la parola poetica e il battito dei pochi istanti in cui sono affiorate. “ In questa definizione si è voluto collocare, al momento del lancio, Telepatia, ma il libro va ben oltre, il libro ti entra dentro, vive con te attraverso i lavori dello sguardo. Il libro fa bene alla poesia, si riconcilia con il lettore, si offre come specchio per la nostra anima.

Prima di avviarmi alla conclusione, mi piace ricordare il poemetto  in dialetto veneto periferico Tra mi e ti – con Andrea Zanzotto due anni dopo.

“La traduzione – spiega Villalta in nota – è solo per chi non accede assolutamente ai versi in dialetto. E per questo è pensata in una sua autonomia lessicale e semantica, pur rimanendo una traduzione.”

“(…) Sol che tra mi e ti, in te un parlar che l’à la dh e la th,/ come i nostri veci( drento ‘sta nova/ comunion- distanzha, diventadhi i stessi veci),/ co’ quela zh che là ne à portà/ a parlar a strazhabaloò, a strazhamarcà, co’l dialeto/ e cò l’italian, par ore e ore par très de le parole/ de tute le lingue de la poesia. (…)” (Solo tra me e te, in una lingua con la dh e con la th,/ come i nostri vecchi ( ora, in questa diversa/ comunione – distanza, diventati gli stessi vecchi)/ con quella zh che ci ha portati/ a parlare a più non posso, (gratis – quasi – in quantità) con il dialetto/ e con l’italiano, per ore e ore attraverso le parole/ di tutte le lingue della poesia. (…)

Un omaggio al mai dimenticato maestro e alla sua casa, un modo per guardare, ancora una volta, il grande spettacolo della natura, da quella finestra nuova che Zanzotto era riuscito a realizzare nella vecchia casa di suo padre che, tra l’altro,  era un buon pittore di paesaggi ed era capace di far apparire miracolosamente sulla tela quello che  gli occhi del grande poeta vedevano davanti a lui. Quella finestra, “purezza inestinguibile”, per un unico sguardo di poeta, che rimanga lì “ dentro la mare de un temp robà al passà,/ robà al present, un temp fora dal temp.