Un’esperienza difficile da affrontare, la separazione dall’uomo con cui si è condiviso un’intera vita, comporta anche la necessità di lasciare la casa tanto amata in mezzo al verde per trasferirsi in un appartamento in città, e forse perfino la perdita della poesia sopraffatta da una situazione così prosaica. Ma la voce della poesia, dopo il doloroso silenzio, riemerge prepotente ed anzi si fa testimone narrante proprio del superamento di quell’esperienza. Ecco come nasce questo nuovo libro di versi di Franca Alaimo, Traslochi, e non si può dire che non risenta della sua origine: il verso si fa senza dubbio più lungo e meno musicale rispetto alle raccolte precedenti, e in un primo momento sembra che sulla consueta tavolozza di colori prevalga il grigio. Ma Franca Alaimo è  poeta fin nelle più intime fibre: la poesia fa parte integrante del suo modo di essere e di percepire la realtà, è per lei un fatto istintivo e connaturato, per certi aspetti addirittura spontaneo, anche se questo ovviamente non esclude la componente culturale e il controllo formale; e così le immagini e i sensi prendono il sopravvento, trasfigurando con prepotente afflato (mi sia consentito di usare questo termine così fuori moda) grigiore quotidiano pur perfettamente riconoscibile in sottofondo.

Il testo di apertura, Separati in casa, è ancora ambientato nella vecchia abitazione: «Mi separa da lui un muro così sottile / che il suo respiro giunge nel mio orecchio / come il ronzio ostinato di un insetto […]. / Talvolta, al principio del mattino, / s’incrociano i nostri passi sulla soglia, / ma più si fanno i nostri corpi vicini / più le lingue s’inceppano sopra i sassolini / gettati di traverso dall’Orgoglio». Anche a trasloco avvenuto, il pensiero corre là, a quei terrazzi e a quelle stanze frequentate da tante creature, passeri, colombi, formiche, calabroni, lucertole: oltre alla gatta domestica, «c’erano le zanzare, le libellule / e le mosche noiose, / e piccole farfalle così chiare / che appena si distinguevano dal muro. / E io e lui eravamo gli animali più infelici». Ormai rimasta sola, l’attaccamento alla vita è risvegliato dalla «gioia vermiglia del geranio», da «uno stridio  di gomme sul selciato» Ma la rinascita della poesia è celebrata esplicitamente, con tanto di punto esclamativo nel titolo Benvenuta in città, o mia poesia!: «È rimasta muta per molto tempo, lei, / sepolta sotto un cumulo di neve / come un animale morto. / Pensavo che m’avesse abbandonata. / Invece l’altro ieri è tornata: / era appoggiata allo stipite della porta. / Al vederla tutta livida di graffi, / uscita a forza dalla sua scorza, / così spossata, ne fui sorpresa: / era vibrante di dolore, / ma mi voleva, ancora». Ed ogni cosa diventa allora impensata occasione di poesia, anche degli impoetici Ponteggi, subito riscattati da una serie continuata di metafore e similitudini che li trasformano in alberi, con un progressivo movimento ascensionale che non si ferma fino all’esito celeste: «In pochissime ore dalle mattonelle del cortile / con radici di ferro sta crescendo / un fittissimo bosco di ponteggi, / insinuando i tiranti di aggancio / come molteplici rami tra lenzuoli stesi […]. / Brillano i giunti ortogonali / come foglie d’autunno / che hanno il colore del rame […]. / Mentre salgono sempre più in alto, / gli operai cantano a squarciagola, / i capelli vaporosi di luce / come i piumaggi dei passeri / che dalla cima dei platani, / al di là del muro tatuato di graffiti, / guardano ascendere la stella del sole / nel limpido azzurro del cielo». E così Franca Alaimo riesce a trarre profitto (poetico) perfino dall’Insonnia: «Io che un tempo credevo di parlare con il cielo / lasciando che le stelle mi cadessero addosso  / nelle notti chiarissime d’agosto, / adesso sento il mio corpo una cosa tra le cose: / tutto un traffico di anidride carbonica e di ossigeno, / anche se so di essere sempre quella / di cui parlo a me stessa / e a Dio».

La cronistoria continua puntuale, tra difficoltà da affrontare (Problemi economici), osservazione dei nuovi vicini (I condomini di via Bonanno, Comincia un giorno), paesaggi urbani (Pioggia in città, Passeggiata) e introspezione (Solo un attimo, Cerco l’anima, Pagliuzze d’oro). Ma sempre il discorso è vivificato da un pullulare inesauribile di vivissime accensioni sensoriali, e infine il rivedere la vecchia casa (Di fronte alla vecchia casa: ricordando), benché il cuore sia ancora «sanguinante», ha ormai il sapore del passato, in cui ogni spina pungente è resa inoffensiva dall’alone edulcorante del ricordo: «E adesso / (mordo gli steli agrodolci trai denti / come nell’età infantile), / che mura scalcinate prossime al crollo / tra radici e nodi di canne, / e che cancelli arrugginiti! / Ci torno da fidanzata e sposa del mio passato, / con quei ricordi di me, / bestiola così scalmanata e tenera in amore».

Davide Puccini

 

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