fonte: http://leonbizz66.blogspot.it

quadro di Ramona Gosparini “4 cats +1”

Sornioni, sonnacchiosi, lamentevoli, furbi, giocherelloni, curiosi, sospettosi, teneri, orgogliosi, indipendenti… e quanti altri aggettivi si potrebbero trovare per descrivere i gatti: animali domestici tra i più amati dagli esseri umani. Certo, esistono anche coloro che li detestano, o che fanno stupidi confronti o classifiche coinvolgendo altri animali. Ma chi li ama non sente ragioni, io compreso, che giudico il gatto come uno degli esseri viventi più belli e simpatici. Ho trovato molte poesie dedicate a questi piccoli felini; le dieci che ho selezionato tendono a descrivere determinati comportamenti, a sottolineare alcune specificità, a celebrarli quasi fossero vere e proprie divinità. Sono versi scritti da dieci poeti che, in un modo o in un altro, hanno amato i gatti; a questo proposito cito, per chiudere, una frase di Corrado Govoni presente, a mo’ di epigrafe, alla fine di una sua famosa opera poetica:

“I gatti sono i poeti degli animali

come i poeti sono i gatti degli uomini”

 

GATTI SUI TETTI

di Francesco Cazzamini Mussi (1888-1952)

 

Spalanco la finestra,

e sovra i tetti in faccia

alla mia stanza, nel grigior dell’alba

entro la luce scialba,

benché l’aria sia diaccia,

stan due gatti e si guardan miagolando.

 

Le vostre pene, o care bestie amiche,

molto compiango e vi darei ristoro,

ma non sapete che il silenzio è d’oro

per le umane fatiche?

Miagolerete, dite, fino a quando?

 

Ma la pace non viene

e forse di lor pene

fatti più acerbi ed anche più feroci

mescono sbruffi, acuti sgraffii e morsi.

E quei del vicinato tutti accorsi

— la famiglia dei gatti è numerosa —

discutono la cosa…

 

Fin presso la grondaia il più piccino

è scivolato ed io mi dico: è morto!

Ma no, che per miracolo risorto,

agguanta l’altro e giù lo scaraventa…

La famiglia dei gatti tutt’attenta

applaude al vincitore,

poiché pure tra i gatti il vinto ha torto

e perduto ha l’onore.

 

Torna il silenzio. Guardo. Già lontano

ogni gatto scompare discutendo,

e le lor voci ormai più non intendo.

Quand’ecco, una penombra, di soppiatto,

esce da un abbaino…

Ma il vincitore che si lecca i baffi,

benché malconcio, il muso tutto a sgraffi,

corre presso la bella del suo cuore…

onde la mia finestra chiudo in fretta

per salvar la morale

e l’etichetta.

 

Non darti l’aria, o cuore,

di rigido censore

ché fosti gatto e ancora lo sarai,

e sovra i tetti andrai

miagolando alle notti azzurre e pure

tutto il dolore delle graffiature.

 

(Da “Le allee solitarie”, Ricciardi, Napoli 1920)

 

IL GATTO E LA LUNA

di Sergio Corazzini (1886-1907)

 

Luna nel cielo, lume su la porta.

Questa notte morirono le stelle,

le nuvole hanno fatto da barelle,

lampeggiarono i ceri della scorta.

 

Vagò, di cimitero in cimitero,

solo, con le pupille avide, rosse,

ardenti per continuo tormento,

il gatto enorme, il gatto enorme e nero,

come se in lui la notte atra si fosse,

materiata per incantamento.

Or va, torna col vento, ma se il vento

spegne il lume ad un tratto, nella via

rimangono due stelle in cui la pia

luna in sua dolce meraviglia è assorta.

 

(Dalla rivista «Marforio», ottobre 1904)

 

ALLA SUA GATTA PERSIANA

di Beniamino Del Fabbro (1910-1989)

 

Sotto i gerani a primavera ascolti

il tepore del marmo.

Sulle travi nevose avari passi

ti scavi. Non ami che i folti

di rose, le mie mani

sul dorso scarno.

 

(Da “Epigrammi”, Ed. del Cavallino, Venezia 1944)

 

ALTRO GATTO

di Luciano Erba (1922-2010)

 

Figura tutte le lettere

dell’alfabeto latino

del cirillico anche e ahimè del runico

quando si allunga si dimena e stira

nero su fondo bianco

il mio gatto ecumenico.

 

(Da “L’ipotesi circense”, Garzanti, Milano 1995)

 

DEL TUO TIMIDO GATTO…

di Franco Fortini (1917-1994)

 

Del tuo timido gatto

che scendeva la scala

dell’orto la mattina

con la sua ombra fina

lungo le terrecotte

 

cosa è rimasto? Nulla

fuor che l’impronta impressa

dalle sue zampe nella

gettata di cemento

dove annusava incerto

 

fra le tue grida: «Via,

via di lì, stupidino!»

Era luglio, era aperto

il cielo. Pensai: «Certo

rimarrà sempre un segno».

 

Ora il cemento è pietra

alle piogge d’ottobre.

Ostinate lo coprono

le foglie senza forma.

Toglile e potrai leggere

 

l’orma di quegli unghiòli.

 

(Da “Paesaggio con serpente”, Einaudi, Torino 1984)

 

I GATTI BIANCHI

di Corrado Govoni (1884-1965)

 

Gatti candidi e taciturni,

misteriosi come i pipistrelli;

esseri ambigui, mistici, notturni,

pieni d’insidie e di tranelli.

 

Gatti candidi e sornioni

che amano far le fusa tra le stoffe,

e sui divani, in mille pose goffe,

darsi l’aria di padroni.

 

Gatti candidi e sonnacchiosi

che s’accovacciano di tra le gonne

e sopra le finestre de le nonne

tra i vasetti di tuberosi.

 

Gatti candidi e sognatori

chiusi come gli ignoti poeti;

gatti che celano i loro secreti

come i profumi certi fiori.

 

Gatti bianchi per i cimiteri,

su le tombe e tra le croci di legno;

gatti bianchi nei monasteri

tutti candidi: il loro vero regno.

 

Gatti bianchi, che nelle chiese

s’inebriano d’incenso e di frescore;

gatti da le pupille accese

di tradimento e di languore.

 

(Da “Armonia in grigio et in silenzio”, Lumachi, Firenze 1903)

 

IL GATTO

di Tito Marrone (1882-1967)

 

Il gatto al sole pigro si grogiola,

socchiusi gli occhi, come se un brivido

di freddo scorra nelle sue

fibre, e distendesi mollemente.

 

Ma se l’inganno della perfidia

celata, o uomo, stolto dimentichi,

e sfiori con la mano, lieve

lieve, il sericeo dorso, ei balza

 

d’un tratto, ostile, pronto alla piccola

battaglia: spiega l’unghie; una rosea

ferita traccia su la tua

mano, e pacifico torna al sole.

 

(Da “Liriche”, Artero, Roma 1904)

 

CANTO PER IL GATTO ALVARO

di Elsa Morante (1912-1985)

 

Fra le mie braccia è il tuo nido,

o pigro, o focoso genio, o lucente,

o mio futile! Mezzogiorni e tenebre

son tue magioni, e ti trasformi

di colomba in gufo, e dalle tombe

voli alle regioni dei fumi.

Quando ogni luce è spenta, accendi al nero

le tue pupille, o doppiero

del mio dormiveglia, e s’incrina

la tregua solenne, ardono effimere

mille torce, tigri infantili

s’inseguono nei dolci deliri.

Poi riposi le fatue lampade

che saranno al mattino il vanto

del mio davanzale, il fior gemello

occhibello.

 

E t’ero uguale!

Uguale! Ricordi, tu,

arrogante mestizia? Di foglie

tetro e sfolgorante, un giardino

abitammo insieme, fra il popolo

barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,

ma la camera tua là rimane,

e nella mia terrestre fugace passi

giocante pellegrino. Perché mi concedi

il tuo favore, o selvaggio?

 

Mentre i tuoi pari, gli animali celesti

gustan le folli indolenze, le antelucane feste

di guerre e cacce senza cuori, perché

tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,

e io tre cose ho in sorte:

prigione peccato e morte.

Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere

saltano le immortali giovani fiere,

i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,

Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,

nel fastoso uragano del primo giorno…

E tu? Per amor mio?

 

Non mi rispondi? Le confidenze invidiate

imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d’oro

in velluto zebrato. Segreti di fiere

non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami

lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,

ape mia, fila i tuoi mieli.

Si ripiega la memoria ombrosa

d’ogni domanda io voglio riposarmi.

L’allegria d’averti amico

basta al cuore. E di mie fole e stragi

coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,

tu mi consoli,

o gatto mio!

 

(Da “Alibi”, Garzanti, Milano 1988)

 

MESSAGGIO

di Gianni Rodari (1920-1980)

 

Domando al gatto: che ne dici?

 

Che te ne pare e sembra?

Qual è la tua opinione

e spassionata sentenza?

 

Muove un orecchio. È un segno?

Significato o significante?

Un affettuoso riflesso?

Un consiglio? Una chiave?

 

Certo della mia attenzione

non apre nemmeno un occhio,

che io intenda o no il messaggio

non richiede suo controllo.

 

Muove un orecchio puntuto

alle sedici e cinquantuno,

né aggiunge l’emittente

un banale: Passo e chiudo.

 

(Da “Il cavallo saggio”, Editori Riuniti, Roma 1990)

 

GATTO

di Tiziano Rossi (1935)

 

Il tempo cruciale, il più ampio svanire;

e il gatto malato per dissenteria

(roba maligna) scenderà per dove

dormono i morti senza suffragio.

 

Perciò ha azzerato qualunque movimento

– risorsa elementare, tecnica pertinente –

il caro, saggio mucchietto di ossa. Tuttavia

cosa vuoi che gli dica, e anche lui del resto…

 

I suoi baffi non sono più gran che,

il pelo gramo rabbrividisce;

e poi sta ognuno dentro sé recluso:

nocciolo inarrivabile.

 

Ci si sbalestra da tutti i focolari,

però questa volta niente insegnamenti,

se non la tua felina

signorilità, la poca lagna.

 

(Da “Miele e no”, Garzanti, Milano 1988)