fonte: http://cover-cosediletteratura-ilpiccolo.blogautore.repubblica.it/

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Pancotti si presenta come un’interessante anomalia nel panorama dell’ultima generazione, di difficile collocazione. L’asciuttezza del dettato fa esplodere immagini oniriche sostenute però dall’ordinarietà. La visionarietà, quando c’è, ha la forza plastica della quotidianità, un ritmo colloquiale trascinato all’estremo, “infarmacato”, per rubare un termine all’autore. L’esplorazione ermeneutica parte dal corpo e dalla parola, per intenderci, la domanda filosofica – chi siamo? dove andiamo? – procede sempre dall’esperienza, dal confronto con l’altro, mai da implicazioni o interrogazioni metafisiche. Pancotti non pratica una rottura con l’esistente, tuttavia la sua scrittura si rende autonoma rispetto ai parametri della realtà. Una riflessione che si lega (e a suo modo si slega) con il reale, mandando in tilt la “sintassi diurna”. Una sorta di David Lynch del verso. Il risultato di questo libro d’esordio (Premio Camaiore 2014-Premio Maconi 2014) è una poesia in cui si possono rintracciare alcune voci dei maestri del ’900, dei chiari rimandi letterari, rielaborati con una forza espressiva personale, un’ideazione linguistica non epigonale.

 

Ora è la volta di Federica Gullotta con “La bestia viziata”. Se un merito va a questa giovane autrice, è la capacità del rischio, prevedendo i colpi bassi dell’enfasi, ma anche le risalite grazie a un pensiero piuttosto lucido. La Natura, infatti, sa fare dono di sé, per quei pochi che riescono a percepirla, e nel suo furore rimane sempre la star. Gullotta sa gestirla con un linguaggio controllato, anche nei suoi vertici retorici, talvolta sporcato fino a un’ordinarietà disturbante, più spesso capace di mescolare respiro lirico e pensiero filosofico, in due parole: un linguaggio inventato. La Natura è la diva, questo è certo, ma una diva antropomorfizzata. Perché in fondo sta qui la metafora, una Natura che tenta di rappresentare un ideale umano: libero, per intenderci. Una Natura libera come dovrebbe essere libero l’uomo. La sottotraccia della silloge è una sorta di anarchia che se si evidenzia in modo manifesto esclusivamente negli effetti di alberi, terra e animali, non rinuncia a porsi come modello. Non a caso un altro elemento di poetica è la possibilità di recidere i legami affettivi. Tema utopico, inevitabilmente legato a certi afflati di gioventù, impossibile da praticare, nonostante la chimera della libertà. Ma d’altra parte è compito della poesia puntare eccessivamente in alto, perché i frutti raccolti siano almeno al cinquanta per cento. E della poesia è compito destabilizzare, smottare e inquietare a iniziare dal soggetto scrivente: “La scrittura come malattia cronica”, recita un titolo della silloge. Libertà significa anche consapevolezza di schiavitù, cognizione tanto più colpevole se viene ignorata: Il liquido amniotico del / sapere, fa nascere / servi ubriachi. Un eccesso di coscienza può condurre alla rovina, nulla si può senza il compromesso, la moderazione vince in ogni campo, fuorché in quello dell’arte. Gullotta non è una dissidente infervorata, non ha alcun tormento politico o sofferente afflato civile, benché sia difficile non legare un’idea di “impegno” a ogni verso che chiunque scriva. Ma come nella migliore tradizione: l’obbligo di un’artista sta nel rintracciare, ideare ed evocare la bellezza. E la vitalità. Il desiderio di vita. La sua è una lingua tesa a questo scopo, al punto di rianimare oggetti inorganici, capovolgere prospettive, dominare la lingua in uno straniamento personalissimo. C’è una decisa sensibilità al linguaggio, soprattutto nelle possibilità sinestetiche e ossimoriche. Federica Gullotta rientra sicuramente nel novero di una poesia visionaria, ma di una visionarietà calibrata nella creatività del contrasto: orfica, ma lucida. Lirica, ma contemporanea. Da Archiloco a Rimbaud, da Rimbaud a De Angelis, autori che per un momento potremmo immaginare dentro il suo impianto poetico, ma implosi in una lingua infedele alle fotocopie epigonali, ancora in cerca di un’inimmaginabile alternativa, priva di una definibile cittadinanza.

 

 

Di buono, d’innocente, di assurdo

 

 Se alzi la mano per protesta

agli schizzi di vetro, che vuoi che sia.

 

Tutti i divani infranti, le mani che accompagnano a scuola,

le case di vacanza; di buono, d’innocente, di assurdo

che vuoi che ti dica.

 

Sanguina il piede,

e il vetro sopra ancora

ci ispira.

***

Memorie (Resistenza, Seconda Guerra Mondiale)

 

a Renato

 Tu scendevi tra gli uomini giovani, forse innamorati, forse infelicemente, forse stanotte. Volto antico che lacrima sui vetri, che chiude le serrande la sera e fa del ritorno a casa un viaggio inutile. I tuoi occhi grigi non uno li ricorda, te e i compagni appesi, te e i compagni lontani a fingere coraggio da lupi estinti. Non uno resta a guardare chi dorme: innocente.

***

I vigneti pietrificati

 

Tutti conosciamo le palafitte urbane

aggiustate sui supermercati.

Ma pochi le tenere anarchie

dei mattoni, e le umidità paterne

da stendere coi palmi.

 

Nessuno, poi, conosce

la spontaneità delle bottiglie

di plastica senza tappo.

 

Ma nell’età dei ponti di gomma,

nessun solido geometrico assicura

la danza delle rive e dei baci,

e la tua sola robustezza

di golem, vigneto,

capovolge le ceneri

in senso compiuto.

***

Esilii

 

Continuavo a perdere la vita

su ogni sasso, non ero sazio

di morte immaginaria, che quella

vera non mi toccava, ancora.

 

I fiori che coglievo – alcuni

più in alto, altri più bassi –

spampanati da mani grevi

pur turgidi e oleosi gonfi

di futuro (e avvenire strano, e decisioni

d’insicuro avvenire).

 

Chiesi al Poeta:

ne sapeva meno di me.

 

Avevo attraccato il vecchio cartellone

alla terra quando ancora non morivano migliaia

i miei fratelli,

e si poteva pensare:

 

Il vento ama l’uomo, e gli offre

il pizzicore più dolce alla schiena

e al petto.

 

Se poeta o clandestino,

se guardiano o guardato dai vili

occhi della ricchezza molle:

 

l’anima lasciala al sottosuolo,

alle colonie e ai branchi di animali invisibili.

 

 

Federica Gullotta è nata nel 1991 a Faenza (Ra) dove vive tuttora. Si è laureata in Sociologia e frequenta il corso di laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche. Questa è la sua prima raccolta poetica.