Nell’ultima raccolta poetica di Rita Filomeni ripubblicata nella preziosa collana «Erato» da LietoColle l’anno scorso, mi pare ci sia una prassi poetica ironica associata con l’alta e patetica voce del canto, che almeno, nella storia della poesia dell’ultimo secolo abbiamo dimenticato, volendo o no, soprattutto nelle principali tradizioni poetiche.

Organizzata in cinque parti: Disgiunture, D’aut D’aut, Acqua, Misura e Cosmoagonia, che sono eccetto la centrale: Acqua,  – simmetricamente  messe in  questa raccolta con 14, 15 o 16 poesie –  la  raccolta si apre nel distinto splendore del lessico, nonostante proprio l’autoironia, a volte colorata drammaticamente con la luce del Sud, e spesso in paesaggi urbani o per lo più molto intimi.

Cosa unisce le poesie di questa raccolta? La voce della Filomeni, un poco «radicale», che a volte mette insieme l’aulico terzinato nell’alludere all’antico sonetto, nelle canzoni formate da 12 versi, più simile nella forma a quello  shakespeariano che a quello petrarchistico? Incorniciare con versi separati, iniziale ed ultimo, tre terzine, o godere il significato in una forma  classica, con i versi lunghi da esametro?

Forse si tratta qui d’uno svelamento ingenuo delle cose, sia della vita pratica, sia di questo spazio cosmico, che la Filomeni  «a metà  ragione» canta?

Ossessionata dall’acqua, che si trova in quasi ogni sua poesia, dall’aria, dalle ossa, dalle cose banali, oscurate o illuminate dal potere della lingua, la nuova raccolta poetica dimostra una propensione per una poesia coinvolta col mondo, poesia d’azione, e forse acceso dialogo col lettore.

L’assenza d’una realtà sacra, suppone l’idea che si può mettere in dubbio, coll’utilizzo dell’ironia anche lo stesso dio «a dio che da accattone vive al cuore» (Assenze, pag. 72), anche se la stessa Filomeni non può liberarsi da un repertorio  di parole poetiche per eccellenza: cosmo, eros, l’amore, speranza, lacrime, miracolo, anima, ardesia, carne, sangue, matto..ecc.

Leggendo questa nuova poesia italiana abbiamo capito che anche se si tratta d’un contemporaneo stilnovo della Filomeni, vi abbiamo anche sentito qualcosa del rap,  della musica che possiede il ritmo della parlata monologica, dell’elenco lirico del triviale, di oggetti abbandonati, separati, persi, che l’autrice vuole cogliere, collezionare, e finalmente, anche armonizzare con la propria ansia e modestia, ma anche ricchezza per esprimere il loro volto e il loro fascino quotidiano ed quell’altro divino.

Ci sembra che la poetessa, piena di ricordi, ricca di memorie di viaggio, d’infanzia,  qualche volta le sue poesie paiono come se fossero una descrizione molto accurata  di vecchie foto trovate negli angoli riposti del passato.

Abbiamo notato anche che la poetessa ovviamente scrive sotto l’influenza della rete, perché tutte le poesie, tranne i titoli dei libri, sono scritte con le minuscole, e quasi tutte le poesie hanno un titolo che è per lo più un semplice nome.

E soprattutto, anche se non è sempre chiara, nella raccolta è nascosta una lode all’Italia, ai  suoi paesi, alle sue abitudini, alle sue lingue, alla sua storia, alle sue piazze, alle istituzioni, alle famiglie, anche col un po’ di humor, ma con la misura che non sorpassa mai un limite fine del gusto; anzi, vista  sempre la cosa nostra  con le lenti  rosa e nere, nella dialettica maniera d’uno che sa ed uno che può cogliere il momento, non lascia un gusto amaro, dopo la separazione «particellare», quando il nucleo lirico ha lasciato il proprio posto a quello fenomenico.

 

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