Sei anni dopo Il rubino del martedì giungono altre “isole” da Francesca Serragnoli, scritti che salvaguardano quel posto dove il grado dell’uomo è ricco e vivo anche se in balia delle arie mortali. Come scrivevo a proposito del Fianco dove appoggiare il figlio (uscì nel 2003 e lo apriva un’energica nota di Giovanna Sicari), sono isole in forma di poesia, dedite alla salvezza dalla tragedia. Le terre qui non si disseccano, sono ricoperte di termini terrestri, talvolta leggeri, talvolta pesanti. E la lingua della nuova raccolta arricchisce ulteriormente questa “difesa” della conoscenza umana, stabile fra le madri e i figli. A cui guardano contro lo sgretolare coloro che si sentono troppo provvisori sulla crosta terrestre. Mi piacerebbe parlare di fermezza, dire che non esiste niente di tanto umano come chi agisce come Francesca nell’osservare gli anelli che non tengono, avendo in mano un bicchiere di vino tonificante. E’ più che speranza, si tratta del clamore di cui è capace una certa razza, tenace e morbidamente attenta, di poesia. Le stagioni, e dunque aprile, sono sempre là, pronte a ricevere ossa che cozzano, e ventri in difesa continua. Di questo parla Aprile di là. Di come si risale dopo aver esplorato le sponde dello Stige, dopo aver visto gli eroi cadere nel sangue. “Il sorriso è un cane che ti morde le gambe”, e si dovrebbe fermare il passo per raccogliere le gocce di sangue fra le rocce. Più volte la poetessa bolognese ha cose nuove per le mani, e sempre riprende forza per i versi che nascono, determinati ad affrontare guai e venture. Sgronda da essi qualunque affezione eccezionale, irripetibile fa diventare soltanto ciò che sa parlare e piangere. Distante dai ricolmi emozionali. La raccolta, fatta di libri editi e di parti mai pubblicate, ricostruisce gli anni che sono stati, rinvigorendoli li rende sistema conoscitivo. E di riconoscenza. Le persone perdute, e pur vissute, sono tutte lì. Fuori dalle circostanze, dentro quanto più serve all’etica del dolore. Dal tipo di dolore che raggela Francesca rifugge come dalla peste. E proprio dalla peste della poesia introversa e predefinita sta ben lontana. In queste pagine si vedono “le vespe rade” degli anni, i “nidi chiusi” a cui restano nelle vicinanze, in attesa che l’aria diventi meno profumata e che tutto possa frettolosamente essere archiviato. Contro tali fenomeni si avverte il nucleo resistente di Aprile di là, la sua stretta poetica. Sono molte le vite incontrate nei diversi spazi dei libri qui riuniti, mordono le malinconie ma la sabbia della clessidra è immutabile e polverosamente solida, sono pur sempre notti di stelle quelle descritte nel racconto ininterrotto. Episodi che risalgono dal suolo verso il ventre e la schiena inesausta, finché la mente si chiede “Quando iniziamo a ridere?”. Se c’è una cortesia dell’epoca, si tratta di prenderla al laccio e non farla più sfuggire. Muoiono donne e uomini, gente che “cammina male”, ma in nessun istante viene meno la pietà verso chi sa d’essere vinto. In fondo anche gli eroi, a differenza degli dèi invidiosi, cadono in polvere nella polvere. Poi ci sono i mesi e le stagioni continuamente vivi a ogni sgranare di stanza, che di questo possiamo dire, che l’intero libro è il Posto dove si appoggiano i respiri quotidiani, e dunque ogni singola pagina delle 120 riunite. Strato dopo strato, nella sua storia. Come scrivevo in altra occasione, la continua ricerca di Francesca è esperienza concreta, capace di decidere quali risposte dare alle proprie paure, a quelle che portiamo con noi fin dalla nascita. Risposte pacate, quasi sempre sorrette dal dialogo, dalla compagnia antica della sua città e dei suoi abitanti. Al crocevia di una tradizione.

 

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