(…) Rimangono, dopo quello che vediamo, le mappe manoscritte della sera, umide e stropicciate, con le loro scorciatoie ricoperte di dune e i loro paesi ancora da scoprire (sotto l’albero d’agosto riappaiono le ferite del sole, il cane esausto, le biciclette arrugginite).
Rimangono anche i giorni di ritorno, con le loro ampie cardaie e la promessa di totale perfezione.
Il mare promesso, con i pesci notturni, mai detti.
Rimangono, all’interno del silenzio, la costanza e la ruggine, la massima intenzione delle cose. Sempre dopo quello che vediamo, quando entriamo definitivamente in quello che è stato qui, insieme a noi, in quello che mai è stato nostro davvero.
Rimangono i fiumi velocissimi, gli alberi chiusi, gli uccelli del nord. Tutto una facciata di leggende a pelo d’acqua, come un menhir lunare.
Gli orologi puntuali e le vie deserte.
Tutta la morte ancora da percorrere (…).

foto: Helge Andersen-Evening hymn

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