Il redattore della pagina culturale  della Gazzetta di Napoli (3 agosto 2016) scrive che nella poesia di questa silloge della Calandrone  “c’è qualcosa di profondamente suo che si muove in luoghi (o non luoghi) lasciando una traccia da seguire molto utile al lettore”: c’è  – mi sento di affermare –   il ritmo flottante del corpo della madre che galleggia sulle acque del Tevere e che batte il tempo emozionale della scrittura poetica della Calandrone, esaltando il misticismo orizzontale delle cose, la sacralità della bellezza effimera dei corpi, che perfino nel guastarsi conservano il sorriso della loro presenza nel mondo.

In “L’altare della specie” la donna ritrovata morta nell’acqua del canale “pulsava al sole come in preda a un’estasi”: il suo corpo, dunque, si offre come vittima sacrificale sull’altare della morte della specie umana. Così come in un altro testo (“Non avrai che la vita”, pag. 68) si legge: “Ardeva come un’ostia nella materia/ lacrimale del tardo pomeriggio”.

Viene in mente un altro testo – il cui titolo è simile al precedente nella sua intima significazione, “Congedo dal santuario terrestre” (nella silloge Atto di vita nascente) – nel quale la Calandrone racconta la morte per acqua della madre naturale con bellissimi versi, quali: “Poi vedo il mare muoversi come un telo di altare/ io vedo l’ostensione/ della sua bellezza/ sotto alte infreddate costellazioni”.

In questa nuova silloge Maria Grazia nomina anche, nella nota, la madre adottiva, confessando che, grazie ad una somiglianza notevole fra quest’ultima e Daniela Poggi, che aveva presentato una puntata di Chi l’ha visto? a poca distanza temporale dalla sua morte, aveva potuto come rimandare il lutto, immaginandola ancora viva.

L’autrice assimila il sentimento doloroso legato alla morte dei propri cari a quello di quanti, ancora in vita, coltivano senza stancarsi, nei confronti dei loro scomparsi, il lavorio creativo dell’immaginazione e della stessa memoria, la quale, a causa e grazie al tempo, sposta dettagli, li inventa, li elabora accogliendo un’immagine dinamica di un’assenza che fu vita piena di piccoli gesti ed abitudini ed obbedienza alle necessità più elementari, aggrappandosi anche ai “rituali puntelli degli oggetti”. Mantenendo, in questo modo, viva quella “corrispondenza d’amorosi sensi”, che fu il nucleo luminoso dell’idea laica della morte nella poetica di Ugo Foscolo. A volte, sono i perduti a rammemorare i vivi: “Il riso che resta nelle orecchie dei perduti è la firma di dio”, e così stanno “i vivi/ e i morti, insieme – con dolcezza/ estrema”.

La cura dei dettagli rende i testi della Calandrone fittissimi e desbordanti  da ogni  ordinaria misura (i suoi versi, spesso si allungano e protendono al limite della pagina quali diramazioni dall’immagine centrale) in una sorta di barocchismo del tutto nuovo come categoria letteraria, poiché non si fonda sull’arditezza delle metafore, ma piuttosto su una capacità di accumulo, con cui l’autrice intende registrare la presenza delle cose che affollano sia la scena della vita che quella della morte.

In particolare, diventa motivo di sorpresa per il lettore l’uso di un’aggettivazione che spesso allontana la sua attenzione dalla realtà più prossima ai termini cui si riferisce per aprire altre funzioni o sensi remoti, anche in relazione alle percezioni sensoriali o fantasiose degli esseri umani. La combinazione di concretezza e astrazione concettuale determina anche momenti di altissima liricità, come, giusto per fare un esempio, nel lunghissimo testo, che combina prosa e poesia, “Lo splendore della vita reale” in cui si racconta l’amore fra una donna matura ed un ragazzo, che viene da lei ucciso in un raptus di follia: quando eri vicino e io tremavo e non sapevo/ perché il cuore picchiasse come un tavolario/ battuto da gazzelle e da simili prede/ vergini e perché fossi/ io tutta smarrita nella sua voce…”

I dettagli, dilatati, appunto, anche dalla proliferazione degli aggettivi, hanno la funzione di reggere quella sospensione tra vita e morte, sulla quale si tiene in equilibrio l’attesa dei vivi anche per molti anni, allorquando non sappiano ancora se i loro scomparsi siano o no esistenti in qualche altra geografia prossima o lontanissima. Sono proprio i dettagli che nutrono nei vivi il convincimento, l’ardore della speranza, che trattengono in qualche modo l’altra vita remota così com’era, prima che l’amato/a vi  imprimesse un calco del proprio corpo, un reliquiario di ricordi, di segni, di sguardi, di varie posture.

Può accadere che tutto questo determini una cristallizzazione mentale che si autoalimenta e non cede al movimento del tempo, alla trasformazione del corpo amato, il quale viene come marmorizzato in un’aspettativa assoluta, nell’idea di uno segnale esatto del cuore di fronte al riconoscimento: accade così ad Annina, la madre di Angela. Quando Annina ritrova la figlia, da tempo adottata, dopo tanti anni non riesce a “vederla” così com’è  e la rifiuta. Questa è una delle storie che la Calandrone racconta, e già il titolo del testo “Il crollo anchilosato di una cosa” fotografa il nucleo emozionale di un incontro destinato al fallimento agnitivo.

Tutta la silloge è percorsa da un fortissimo, commovente flusso amoroso: “Certamente nei loro confronti/ la nostra colpa è di essere vivi e non potere in nulla/ risuscitare loro: solo la nostra somiglianza, postuma”; così dichiarava l’autrice nel già citato Atto di vita nascente proprio nella sezione introdotta da un’affermazione di Katherine Mansfield: “L’apprendimento, attraverso la comprensione, porta alla compassione, e quest’ultima appare come la più alta facoltà dell’anima. La sua capacità di avvicinarsi”.

La compassione fa sì che l’autrice osservi e racconti i fatti con una partecipazione ed una prossimità senza giudizio, con quella benigna accoglienza che la Natura, nella sua neutrale equanimità, tributa a tutto ciò che le venga affidato, ubbidiente all’unica legge che conosca: la trasformazione. Per questo ogni cosa ha in essa la sua dignità, la sua quota di rispetto, la sua bellezza, ché, anche “i rifiuti sono originati dalla nostra stessa esistenza” afferma il titolo del testo a pagina ventidue.

Perciò il solo modo che ha Maria Grazia di santificare le vite e le morti (“perché l’amore imita l’amore e non la morte”)  è quello di raccontarle in versi, tutte intere, fin nei più minuti particolari: dai più leggeri e felici come la luce (la “luce d’ortensia”, “il movimento delle luci tra le rose fiammanti”; i “cicalecci di luce che si perde nello splendido privilegio del cielo”); i bambini “tamburelli del sole”, dalle tempie trasparenti che si rarefanno perché  hanno “una provenienza recente/ da una regione artica del cielo”;  gli alberi: “il grande pero sfiorente in nugoli d’amore”, gli uccelli, le nuvole. E da quest’ultimi a quelli più crudi e però sempre pietosamente trasfigurati: “La rosarossa spicca dalla roccia come dal lago del tuo sangue l’osso/ senza intelletto”; “Dopo, lui – mero impasto di midolla./ La radiazione nera del suo corpo”; “e l’ecchimosi a forma di cuore e precipizio sulla fronte”, “nell’acqua viaggiano i rifiuti e vengono trattenuti/  a intervalli regolari dalla grata sepolta/ nel buio e nel silenzio”.

Ma Maria Grazia ci ha avvertiti nella sua nota: le storie raccontate da Chi l’ha visto? hanno “raggiunto la parte di me più profonda e più viva  – ovvero la rabdomante della poesia nella faccia più cruda della realtà”.

Franca Alaimo

25 Agosto 2016

 

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