Francesca Serragnoli (Bologna, 1972) è laureata in Lettere Moderne e in Scienze Religiose. Ha lavorato presso il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna fino al 2007. Ha pubblicato le raccolte Il fianco dove appoggiare un figlio (Bologna, 2003, nuova edizione Raffaelli, 2012) e Il rubino del martedì (Raffaelli, 2010). Collabora con il Centro Studi Sara Valesio. È perfezionanda presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna.

Aprile di là è pubblicato per la collana gialla, Lietocolle&pordenonelegge.it

Aprile di là celebra il tempo nella speranza della sua infinitezza, accanto alla consapevolezza del suo scorrere prima e dopo il conosciuto. L’autrice svela in quest’ora quest’opera il proprio itinerario di scrittura che dice non va inteso “in un’ottica necessariamente evolutiva”, ma come sequenza di atti da collocare nel puzzle di scoperte, esperienze, incontri  che si compiono e di alterità che si attraversano, sempre con un occhio alla terra e l’altro a ciò che la trascende e la sublima. E’ così che Francesca Serragnoli può scrivere”la note in piena/ con le sue ore brevi / scuote il catenaccio. / Ogni respiro è una bandiera / bianca davanti a Dio”.

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un assaggio

Non sai cosa vuol dire girare
il tramonto come un foglio di giornale
avere un occhio rosso nella mente
il picchiatore è il sangue
la strage ha il rossore dei vini

Non c’è pazienza di lavorare
spalla a spalla con i sassi.
Quando si staccherà la parola
solo ormai un sussurro, una bolla
una frasca che sfrega il ventre
e lascia al sangue il clamore di un’occhiata

quella gigante ombra d’angelo
avrà la pronuncia di un bicchiere d’acqua
i grani sciolti di un amore
il bianco lino nel volto trasparente
commuoverà solo il vento.

*

Il buio è un insetto che fa il morto
rivive se lo bacia il fuoco
se la voce tigrata attraversa gli scuri
e scuote il cuore con le unghie.

Laggiù la ferita è un fiore
le pareti fra noi cadono come petali
distratti da una manata di vento
il volto di cartone si piega come un vecchio amore
e ricomincia a stringere con i pugni l’aria.

*

Gli anni diventano
vespe rade che ciondolano in tondo
davanti a un nido chiuso da uno straccio
e più non si lasciano volare altrove
nel canto profumato dell’aria
gli tremava la giovinezza dentro ai fiori
s’ammucchiano stringendosi
gli uni agli altri in una fila che spinge.

Gli anni per aria si guardano frettolosamente
murati vivi, sepolti in brevi distanze
rimangono intorno a quella che un tempo
era la prima casa, gli anni sono così
in fila indiana o gettati da una finestra
non amano separarsi
si sdraiano nella brezza cadendo a pancia in su
l’aria chiude secco il cancello
e i fatti mica muoiono, saranno milioni
roba da baule portato a spalla.

Mi dici che tutto sarà bruciato
che la fede ha inventato questa morte
e l’altra vita solo per paura.
Agli anni rimane il gesto dell’ombrello
all’incatenato addio riempire la verità.