Da “Stellacuore”, Mondadori, Milano 1970)

 

 

 

 

 

MAMMA, IL MARTIRIO TUO DURÒ DUE GIORNI

di Giuseppe Casalinuovo (1885-1942)

 

Mamma, il martirio tuo durò due giorni,

al terzo giorno non vivevi più.

 

Parvero quei due giorni pel tuo male

lunghi quanto due secoli son lunghi.

 

In quei due giorni tu moristi sempre,

sempre e poi sempre, cento volte all’ora;

 

dopo due giorni di continua morte,

al terzo giorno non moristi più.

 

(Da “Dall’ombra”, Soc. Tipografico-Editrice Nazionale, Torino 1907)

 

 

 

 

 

IL DURO FILAMENTO

di Mario Luzi (1914-2005)

 

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,

volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.

Ma non ti soffermare troppo a lungo».

La voce di colei che come serva fedele

chiamata si dispose alla partenza,

pianse ma preparò l’ultima cena

poi ascoltò la sentenza nuda e cruda

così come fu detta, quella voce

con un tremito appena più profondo,

appena più toccante ora che viene

di là dalla frontiera d’ombra e lacera

come può la cortina d’anni e fora

la coltre di fatica e d’abiezione,

cerca il filo del vento, vi s’affida

finché il vento la lascia a sé, s’aggira

ospite dove fu di casa, timida

e spersa in queste prime albe dell’anno.

 

L’ora è quell’ora cruda appena giorno

che il freddo mette a nudo la città

livida nelle sue pietre, tagliente

nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco

versano latte nelle tazze, tostano

pane, il bambino mezzo desto biascica

mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

 

Nel grumo di calore che è più suo,

nella bolla di vita ch’è più tenera

per lei cresciuta alla pazienza in terre

povere, pie, l’ascolto, voce fievole,

tendersi a queste ancora grevi, ancora

appannate dal lungo sonno, chiedere

asilo, volersi mescolare.

Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico…

 

Udire voci trapassate insidia

il giusto, lusinga il troppo debole,

il troppo umano dell’amore. Solo

la parola all’unisono di vivi

e morti, la vivente comunione

di tempo e eternità vale a recidere

il duro filamento d’elegia.

È arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

 

«Passa sotto la nostra casa qualche volta,

volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.

Ma non ti soffermare troppo a lungo».

 

(Da “Dal fondo delle campagne”, Einaudi, Torino 1965)

 

 

 

 

 

LA VOCE

di Giovanni Pascoli (1855-1912)

 

C’è una voce nella mia vita,

che avverto nel punto che muore;

voce stanca, voce smarrita,

col tremito del batticuore:

 

voce d’una accorsa anelante,

che al povero petto s’afferra

per dir tante cose e poi tante,

ma piena ha la bocca di terra:

 

tante tante cose che vuole

ch’io sappia, ricordi, sì… sì…

ma di tante tante parole

non sento che un soffio… Zvanî…

 

Quando avevo tanto bisogno

di pane e di compassione,

che mangiavo solo nel sogno,

svegliandomi al primo boccone;

 

una notte, su la spalletta

del Reno, coperta di neve,

dritto e solo (passava in fretta

l’acqua brontolando, Si beve?);

 

dritto e solo, con un gran pianto

d’avere a finire così,

mi sentii d’un tratto daccanto

quel soffio di voce… Zvanî…

 

Oh! la terra, com’è cattiva!

la terra, che amari bocconi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

– No… no… Di’ le devozioni!

 

Le dicevi con me pian piano,

con sempre la voce più bassa:

la tua mano nella mia mano:

ridille! vedrai che ti passa.

 

Non far piangere piangere piangere

(ancora!) chi tanto soffrì!

il tuo pane, prega il tuo angelo

che te lo porti… Zvanî… –

 

Una notte dalle lunghe ore

(nel carcere!), che all’improvviso

dissi – Avresti molto dolore,

tu, se non t’avessero ucciso,

 

ora, o babbo! – che il mio pensiero,

dal carcere, con un lamento,

vide il babbo nel cimitero,

le pie sorelline in convento:

 

e che agli uomini, la mia vita,

volevo lasciargliela lì…

risentii la voce smarrita

che disse in un soffio… Zvanî…

 

Oh! la terra come è cattiva!

non lascia discorrere, poi!

Ma voleva dirmi, io capiva:

– Piuttosto di’ un requie per noi!

 

Non possiamo nel camposanto

più prendere sonno un minuto,

ché sentiamo struggersi in pianto

le bimbe che l’hanno saputo!

 

Oh! la vita mia che ti diedi

per loro, lasciarla vuoi qui?

qui, mio figlio? dove non vedi

chi uccise tuo padre… Zvanî?… –

 

Quante volte sei rivenuta

nei cupi abbandoni del cuore,

voce stanca, voce perduta,

col tremito del batticuore:

 

voce d’una accorsa anelante

che ai poveri labbri si tocca

per dir tante cose e poi tante;

ma piena di terra ha la bocca:

 

la tua bocca! con i tuoi baci,

già tanto accorati a quei dì!

a quei dì beati e fugaci

che aveva i tuoi baci… Zvanî!…

 

che m’addormentavano gravi

campane col placido canto,

e sul capo biondo che amavi,

sentivo un tepore di pianto!

 

che ti lessi negli occhi, ch’erano

pieni di pianto, che sono

pieni di terra, la preghiera

di vivere e d’essere buono!

 

Ed allora, quasi un comando,

no, quasi un compianto, t’uscì

la parola che a quando a quando

mi dici anche adesso… Zvanî…

 

(Da “Canti di Castelvecchio”, Zanichelli, Bologna 1907)

 

 

 

 

 

IN UN CIMITERO DI MONTI

di Ceccardo Roccatagliata Ceccardi (1871-1919)

 

Tarda il sentiero in un silenzio d’erba

che ingialla di rammarico, e rinverde

non mietuta, tra un vel d’aridi gambi.

Una rosa selvatica, una stella

di iride azzurra, affacciansi talora

da quel deserto come un sogno…; un sogno

che intende co le pallide pupille

a un altro sogno, lungi, interminato.

 

Un suon di foglia, che sul gambo oscilla,

il vol silenzioso d’una magra

farfalla bianca, il canto d’un uccello;

o il vento che tra gli alberi viaggia

il monte, con il sole, con le stelle

e con vele di nubi, variando

colloqui d’ombre e immagini di luce…

 

E in aria pende a l’infinito un’eco

di mar che rompa a un’invisibil riva,

o nella valle o dietro il monte.

                                           Ed ora

è questa la tua vita, o madre mia.

 

(Da “Sonetti e Poemi”, Società Editrice Ligure-Apuana, Empoli 1910)

 

 

 

 

 

PREGHIERA ALLA MADRE

di Umberto Saba (1883-1957)

 

Madre che ho fatto

soffrire

(cantava un merlo alla finestra, il giorno

abbassava, sì acuta era la pena

che morte a entrambi io m’invocavo)

                                                     madre

ieri in tomba obliata, oggi rinata

presenza,

che dal fondo dilaga quasi vena

d’acqua, cui dura forza reprimeva,

e una mano le toglie abile o incauta

l’impedimento;

presaga gioia io sento

il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,

come un buon figlio amoroso, soffrire.

 

Pacificata in me ripeti antichi

moniti vani. E il tuo soggiorno un verde

giardino io penso, ove con te riprendere

può a conversare l’anima fanciulla,

inebbriarsi del tuo mesto viso,

sì che l’ali vi perda come al lume

una farfalla. È un sogno,

un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere

vorrei dove sei giunta, entrare dove

tu sei entrata

                    – ho tanta

gioia e tanta stanchezza! –

                                      farmi, o madre,

come una macchia dalla terra nata,

che in sé la terra riassorbe ed annulla.

 

(Da “Tre composizioni”, Treves-Treccani-Tumminelli, Milano-Roma 1933)

 

 

 

 

 

16 SETTEMBRE 1943

di Leonardo Sinisgalli (1908-1981)

 

Mia madre diceva 16 settembre,

poco prima di morire sulla mezzanotte,

che una pulce la pungeva sulla schiena

una pulce pesante come un cavallo.

Una zampa oscura la premeva sul letto.

Mia madre doveva sudare per resistere,

e spirare bocconi, senza aver trovato la forza

di dire una preghiera.

 

Sono tornati i fiori sulla loggia,

più nessuno li ha innaffiati.

Hanno rimesso i ferri ai puledri

e i giorni si sono consumati.

La brutta bestia miagola ancora

tra le crepe della vecchia casa.

 

Una sera del mese di agosto

noi stavamo sul terrazzo

a guardare in cielo l’immenso vespaio.

Il vento di agosto che distoglie la pula

dal grano e dà l’ebbrezza ai trebbiatori

incappucciati sulle aie,

e fa splendere le pale sulla paglia,

schiariva ai nostri occhi la speranza

di una pace sudata. Mio padre

si addormentò sulla sedia

al soffio di quell’aria serena.

Mia madre parlò a me che fumavo:

«L’acqua torbida» disse «scorre avanti

all’acqua sincera, il fiume

trascina la verità».

 

Nasce ogni sera dalle crepe dei muri

il canto della bestia che non si è addomesticata.

Gufo o donnola, civetta o faina,

mezzo mammifero, mezzo uccello,

stermina le galline, lacera le lenzuola nelle casse.

Non è gatto, non è gallo, è demone

che si nasconde nei solai,

che vuole il fumo la penombra i calcinacci,

e ha ribrezzo delle foglie;

animale legato alle pieghe dei panni,

all’odore dei morti.

 

Mio padre siede a mattutino

sulla pietra del focolare.

La gente va e viene con le bottiglie

nascoste negli scialli a cercare aceto

per combattere l’afta.

Le donne parlano dei porci

alle vicine, dei porci puliti come cani

e allevati sotto i letti.

Epidemie di buoi di pecore di galline.

Sono i segni della fine?

Li enumerano le donne

che si sono sedute sulle fascine

attorno al fuoco a commemorare mia madre.

 

(Da “I nuovi Campi Elisi”, Mondadori, Milano 1947)

 

 

 

 

 

LA MADRE

di Giuseppe Ungaretti (1888-1970)

 

E il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra,

Per condurmi, Madre, sino al Signore,

Come una volta mi darai la mano.

 

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua di fronte all’Eterno,

Come già ti vedevo

Quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

 

E solo quando m’avrà perdonato,

Ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

(Da “Sentimento del Tempo”, Vallecchi, Firenze 1933)

 

 

 

 

 

QUELLA NOTTE…

di Diego Valeri (1887-1976)

 

Quella notte, sperduto per l’aria,

su l’immensa città sconosciuta,

c’era un povero pensiero che errava,

che cercava, che cercava il mio cuore;

ma non sapeva dove,

non sapeva dove…

 

C’era un grido di donna, affiochito,

soffocato dal pianto, smarrito;

un tuo grido – il tuo ultimo, mamma –

che chiamava, chiamava il mio nome…

Ma io non l’ho sentito,

io non l’ho sentito.

 

(Da “Umana”, Taddei, Ferrara 1916)

 

 

 

 

 

GRIDO ALLA MADRE

di Giorgio Vigolo (1894-1983)

 

Madre, mia madre

dove sei nel lontano?

dove ti sei perduta dopo la morte,

che più non mi mandi la tua immagine,

e deserti sono i miei sogni,

ma meno della mia vita?

Io sto quaggiù lo vedi in quale pericolo:

strani mostri mi fanno le cacce,

girano intorno intorno alla poca rupe.

 

 Madre, se esisti ancora

in qualche punto dell’universo

nata alla bontà indivisa

da cui ti staccasti nel nascere,

fammi sentire

diminuita la mia solitudine,

schiariscimi gli occhi,

che io giunga a rivederti

nell’alto del tuo sereno,

 

 e smetta di scorgere

al tuo posto le ambigue

larve che ti nascondono

al figlio.

(Da “La luce ricorda”, Mondadori, Milano 1967)