La domanda che già s’impone nel testo d’apertura, quel “Chi siamo?” così accoratamente sgorgato dalla paura non solo della morte, ma “dell’imperante presente/ che fagocita i padri, le radici, la storia”, lasciando ogni uomo  “orfano”, come recita il titolo della silloge, ritorna senza risposta nell’ultimo testo, in cui è l’acqua della Mörla ad invadere “case, tetti e sottoscala”, i luoghi dei vivi e dei morti, che, come scrive l’autore, “hanno tentato la loro comunione”.

Pelliccioli sembra, dunque, affidare ad una scrittura poetica non desacralizzata, strutturalmente piana e comunicativa, non soltanto la classica funzione di custode del passato, ma anche quella più ampia e oggi non molto praticata di fede laica fondata sui valori umani.

Da subito l’autore trova il suo ritmo ispirativo nel flusso del tempo e in quello dell’acqua (l’uno metafora dell’altro), che scandiscono la Storia e le storie del passato e del presente in un micro-spazio, che è quello di un quartiere bergamasco, la Malpensata, attraversato dal torrente la Mörla.

Ma questo micro-spazio assurge presto alla funzione di exemplum attraverso il quale illustrare le condizioni socio-economico-culturali proprie di ogni aerea geografica depressa e, soprattutto, mettere a fuoco le passioni, i dolori, i lirici grigiori e gli angelici bagliori di tante esistenze individuali che, per assenza di empatia e di caritas, appaiono, in genere, così amorfe e insignificanti da confluire in quel concetto neutro di massa, di fatto assunto dai potenti come una facile ‘formula’ di auto-assoluzione.

Pelliccioli, attraverso la pietas storico-creaturale del suo sguardo, osserva e racconta i singoli -ciascuno con la sua storia di vita e di morte, di lutti, abitudini, affetti, umili mestieri e necessari sotterfugi, vizi e piccole passioni- mettendo in atto la prima e più importante operazione salvifica attinente alla poesia, che è la nominazione che distingue, che scioglie dall’anonimato, che assegna un volto, un corpo: quelli di Bruna, Agnese, Clara, Palmiro, Ilario, Nico, Angiolina e altri. Ognuno di loro si caratterizza per un gesto, un atteggiamento, una qualità caratteriale; ognuno porta il suo piccolo contributo alla vita ed alla Storia, se è vero che quest’ultima è cosa che appartiene a tutti gli uomini e non ai pochi.

Per raccontare la storia di Malpensata a partire dagli anni del secondo dopoguerra,  l’autore attinge, oltre che alla sua breve  esperienza (Pelliccioli è nato nel 1982 ed è, dunque, molto giovane), a quella del padre, del nonno e alcuni di quei personaggi che egli fa entrare nel teatro dei suoi versi, ricchissimi, fra l’altro, di oggetti della quotidianità, di dettagli descrittivi, di espressioni del parlato, di pratiche superstiziose, di luoghi pubblici e privati, di odori, rumori, colori:  e, insomma, di quell’autentico, spontaneo e vitalissimo spettacolo che è sempre l’esistenza dei poveri, così come la vide e rappresentò, per esempio, Pasolini, a cui l’autore mi sembra assai vicino per intenti e convincimenti. È per questo motivo che la pietas di Pelliccioli non scade mai nel compatimento, né cede alla disperazione; ma sembra, piuttosto, celebrare, al di sopra di ogni limite e dolore ed ingiustizia socio-economica, la tenacia della vita.

In questo senso vanno lette le due sezioni successive, “Dankre” e “Matteo”, la prima delle quali, come si legge nelle Note, ispirata “al diario di bordo di Djanko Sissoku pubblicati sul quotidiano La Repubblica di Giovedì 23 aprile 2015”; la seconda alla nascita del figlio dell’autore; accomunate, sebbene così apparentemente diverse nei contenuti, dal gioioso sentimento del nascere alla vita.

Djanko, infatti, sembra finalmente approdare alla speranza e ad un’esistenza dignitosa dopo una lunga via crucis durata tre anni – da una terra all’altra, da una città all’altra, da un rifugio all’altro- e segnata dalle più terribili esperienze fisiche e morali. Il poeta, per esprimere la sua rinascita, gli mette sulla bocca le più belle parole ungarettiane di lode alla vita: “Nell’allegria io piango, / non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”.

Così anche Matteo nascerà alla luce del mondo, dopo un breve, ma non meno miracoloso viaggio, nelle acque del grembo materno. La sua attesa è scandita da versi in cui Pelliccioli sposta, come scrive Maurizio Cucchi nella sua postfazione, “la materialità ingombrante del reale verso una dimensione di più lieve e persino tenera visione delle cose e del sentire”.

E, tuttavia, nonostante la funzione salvifica della memoria e della poesia, ogni uomo, come recita il titolo della silloge, è destinato, in forza di una legge biologica, ad rimanere “orfano”. Nella sezione dedicata al figlioletto Matteo, c’è un testo breve e accorato a confermarlo: “Forse un giorno/ tra zolle, foglie ancora un po’ bagnate,/ l’erba umida già alta, le ringhiere sfatte,/ mi sentirai passare: sarà un lieve fruscio, / ti incontrerà al lampione/ pronuncerà la luna” ( da: Domani, pag. 113).

La silloge di Pelliccioli appare, dunque, ben equilibrata e compatta, orchestrata com’è secondo un disegno coerente e funzionale agli intenti comunicativi, sviluppati in toni variegati e costantemente attenti alla limpidezza formale, sottolineata da una musicalità appena udibile ma intrinseca al ritmo stesso del linguaggio.

 

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