Il nostro primo incontro nacque tanti anni fa nella biblioteca, al centro della sua Pieve di Soligo, a pochi passi dalla casa di Andrea Zanzotto.  Luciano Cecchinel e Marco Munaro, che poi diventerà carissimo amico e mio editore, mi accolsero. Di Luciano ricordo l’asciuttezza serissima, acuminata, onesta, emersa dall’ebollizione  di una permanente introversa inquietudine. Questo odore indelebile di montagna e paesaggio selvatico, si fessura in canti di tenerezza, come spicchi esatti di luce garzata. Appartato, benedetto dalla poesia nel midollo, con la frusta che gli scrive le spalle e gli percuote i palmi sulla linea del padre: l’ho sentito così il ritratto intimo di Luciano Cecchinel, così continua in me negli anni, anche nella tessitura della nostra corrispondenza.

Leggo la sua opera e trovo ancora il volto che ho tracciato, portato in annunciazione da un titolo perfetto.

 

Universo mio breve

Di profumate luci
e lenti mieli mi nutristi,
universo mio breve
di trasalite solitudini.
A montagne canute
accompagnai risvegli di venti e acque
che intime le rocce prepararono
e la notte remota dei sentieri.

E furono fondi usignoli
entro tumide tenebre
e oltre mille valli meridiane
cuculi e cuculi assonnati
e la magra ciliegia
e la mora sensuale dei roveti.

Se poi con stupori di viola
mi travolsero occhi
erranti sconfinati,
lacerato il ritorno invocai
ai chiari termini
dei tuoi vaganti soli
e al muto colloquente
annuire delle tue costellazioni.

Perché a te stesso non bastasti,
universo odoroso
di pappi e frutti
e sussurranti lumi?
o non bastò a te per me, arnia
sbrecciata la mia mente?

E pellegrino cupo sono ora
fra termini interrati e stanco
cerco segreti intesi
al limite dei boschi
nella straniera balbettante luce
dei tuoi silenti raggelati lumi,
universo mio breve,
universo perduto.

Assenza

Per il sentiero incerto, ai piè dell’ermo
acme, alle dolci incancellabili orme,
alle foglie conserte in caste forme
a volte ancora il passo lento fermo

ché di aceri e cornioli oscuro sermo,
al dolce tempo già così conforme,
di sogni insaporisce sogni a torme
al pensier mio perdutamente infermo.

Ah! colori, profumi, venti, il senso
vostro ov’è? Pura già non foste essenza
quand’era asserto il trepido consenso?

Ora forse di niente siete senza
pur se non date più pietoso assenso.
Mai voi loquaci o muti, ora io assenza.

 

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