Il momento che preferisco per scrivere
è il tardo pomeriggio:
giorni lavorativi, in particolare mercoledì.
Questo è quel che faccio:
porto una teiera di tè appena fatto nel mio studio
e chiudo la porta.
Mi tolgo i vestiti e li lascio in un mucchio
come se fossi morto sciogliendomi
e il mio lascito fosse solo una camicia bianca,
un paio di pantaloni, e una teiera di tè non più caldo.
Poi mi tolgo la pelle e l’appendo a una sedia.
La sfilo dalle ossa come fosse un vestito di seta.
Lo faccio perché quel che scrivo sia puro,
completamente sciacquato dal carnale,
incontaminato dalle preoccupazioni del corpo.
Infine mi tolgo tutti gli organi e li dispongo
su un tavolino accanto alla finestra.
Non voglio sentire i loro ritmi antichi
mentre cerco di battere a macchina
fuori il mio intimo battito.
Ora mi siedo alla scrivania, pronto a cominciare.
Sono interamente puro: nient’altro
che uno scheletro alla macchina da scrivere.
Dovrei dire che a volte tengo addosso il pene.
Mi è difficile ignorare la tentazione.
Allora sono uno scheletro col pene
alla macchina da scrivere.
In queste condizioni scrivo straordinarie poesie d’amore,
molte sfruttano la connessione fra sesso e morte.
Sono la concentrazione in persona: esisto in un universo
dove non c’è altro che sesso, morte e scrittura.
Dopo un po’ mi tolgo anche il pene.
E allora sono tutto teschio e ossa che battono a macchina nel pomeriggio.
Solo le cose assolutamente essenziali, senza orpelli.
Ora scrivo solo sulla morte, il più classico dei temi
con una lingua leggera come l’aria tra le mie costole.
Dopo mi concedo come premio
un giro in auto al tramonto.
Mi rimetto gli organi e mi rinfilo nella carne
e nei vestiti. Esco in retromarcia dal garage
e guido veloce fra i boschi
e le strade serpeggianti di campagna
e passo accanto a muri di pietra, fattorie
e laghetti gelati, tutti perfettamente ordinati
come parole in un sonetto famoso.

foto: Davide Collatina-Scrivere

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