Quello di Luciano Cecchinel (collana Gialla Oro  – Lietocolle/pordenonelegge), è un libricino giallo, che s’increspa coll’umidità e si appiana col calore della stufa, come fosse un oggetto vivo. Strano libricino emerso da un tempo difficilmente collocabile, anche se la conta del poeta ne fa risalire i contenuti intorno agli anni Ottanta, fatta eccezione per il testo in francese ascrivibile al periodo ginnasiale. Emerge, dando titolo e tema alle pagine, “da un tempo di profumi e gelo”. Da allora ad oggi Luciano Cecchinel ha percorso la faticosa china della propria storia, molto più erta e insidiosa dei suoi “tràgoi”, trascinando pesantissimi carichi cui la vita lo ha obbligato, certo non ultimo quello di poeta, che lo ha portato fra le cime più alte della letteratura italiana contemporanea.

E il poeta che sarebbe diventato esiste già nel racconto in dodici versi in lingua francese, chiamato a posteriori Giovanile. Qui Cecchinel risponde inconsciamente alla domanda che si porrà molti anni dopo “perché intingere la penna/ entro squarci di dolore?”, auspicando per sé :” Io non vorrei essere un poeta,/ vorrei essere/ solo un petalo che cade lento,/ un pappo che vagola col vento.” Il dolore e la natura saranno infatti, il territorio della sua poesia. L’uno complementare all’altra, o meglio l’uno impastato nell’altra, inscindibili. Quando il dolore diverrà acuto, sarà il paesaggio a confortare; quando quest’ultimo sarà tormentato a causa degli uomini – pensiamo solo a Le voci di Bardiaga – sarà la sofferenza provocata, nella ricerca di consolazione, a trovare i motivi per continuare a sperare. Tutto sta dentro a quella poesia che si è costruita via via nei decenni una fisionomia propria, originale e perciò sempre più riconoscibile. “…Amo vagabondare solo per i boschi e i prati/ sotto lo sguardo placido della natura amica./ E sempre seguendo la profondità dei suoi silenzi/ mi perdo lentamente fra celesti confidenze…” E’ l’ avvio remoto, dagli echi petrarcheschi, che appare infatti come un manifesto di ciò che diventerà la complessa relazione del poeta con la natura. I profumi e il gelo, tracce determinanti del suo ambiente naturale che dirompe tra boschi ed acque, possono offrirgli una via di fuga dagli affanni della vita rappresentandosi come testimoni di essi, ma interpretano anche il luogo elitario e necessario nel quale il poeta può incontrare se stesso e comprendersi. Cecchinel predilige gli spazi isolati, i silenzi siderali evocati dalla notte o da uno sguardo alla luna, l’imprevedibilità della neve… Comunque sia è la natura a cucire qui le distanze tra il mistero del vivere e il suo possibile svelarsi. Tutta la seconda parte del testo è un colloquio continuo con essa attraverso ogni sua singola parte: dai biancospini al corniolo, dalle sterpaglie ai castagni, dal calicanto ai rovi, dal salice ai noccioli. E’ un interloquire generato dal bisogno di contemplare e nella contemplazione fruire del possibile medicamento ai mali esistenziali. L’esito? Poesie molto intense, forti, emotivamente vere. Fra queste Elegia di Natale, “che è stata scritta in prima stesura – avverte l’autore – sulla suggestione, a tutt’oggi inesausta, della lettura di Elegia pasquale di Andrea Zanzotto, al quale il testo, che cerca di commutare la sua aura pasquale in quella mia natalizia, è di dovere dedicato.”

Nella terza e ultima parte alla natura il poeta chiede sostegno: “Tu, almeno, quercia rovente,/ opponiti al gelo, al cielo,/ rimani, alto sfolgorio,/ come il sogno di un profumo/ entro la soglia della stagione scialba.” Ancora, nel momento in cui il poeta appare disorientato: “Coi tuoi veli copri, pioggia mansueta,/ il mio nome perduto/…Cancella, pioggia irosa,/ il mio nome perduto./…Oh, riscrivi, uniforme,/ il mio nome perduto./…Sì, scroscia, pioggia, le tue stelle spente/ sul mio nome rinato.” Ad un certo punto esplode, in Domande e implorazione, una conversazione tormentata e bellissima con Dio, che trova il suo apice di patimento ne In blasfemo delirare, composizione quest’ultima legata ad un esaurimento nervoso che il poeta ebbe nell’’85. A Dio Cecchinel si rivolge usando sempre la lettera maiuscola. Vuole Dio vicino, ma lo sente lontano; lo prega chiedendogli ragione del dolore, gli si ribella sfidandolo; piegato dalla fatica di vivere lo implora di parlare e di farsi capire. Ma arriverà la primavera che – come annota Rolando Damiani nella postfazione – sarà “creativa e sonnolenta nella sua duplice forza di maliosa rinascita e di lenitivo quando pure fallace oblio”. E ancora una volta la natura riunirà, nel suo andare semplice e circolare, la leggerezza dei profumi con la grevità aspra  del gelo.

(“Da un tempo di profumi e gelo” di Luciano Cecchinel – Editori LietoColle e pordenonelegge – euro 13)

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