Carlo Michelstaedter  pensava che alla Persuasione si arrivasse percorrendo il labirinto della Rettorica: deposta ogni falsa dialettica, l’uomo dovrebbe fare perno su una ragione implacabile nella tensione verso l’autenticità della vita e delle cose. Poiché la Rettorica è continuamente in agguato – onnivora e metamorfica – all’individuo spetta comunque il compito di resistere a quanto tenta di ricacciarlo nell’informità ottusa e paga di sé.

Remo Pagnanelli – nato a Macerata nel 1955 e lì morto suicida nel 1987 – era appunto consapevole della necessità di uno slancio etico innanzi tutto, di un obbligo di aspra opposizione a ciò che maschera l’essenza della vita: che è perdita, dolore, morte. Così, per lui critico e poeta non gregario, il ruolo dell’intellettuale rimaneva quello primo di combattere la rimozione, di non abiurare all’unico dovere che ne è la ragione di essere: l’esercizio della coscienza critica. Non a caso l’opera di Franco Fortini è stata quella che più l’ha attratto negli ultimi tempi, e lo studio che (insieme con il libro di versi Preparativi per la villeggiatura, Amadeus, Montebelluna, 1988) ha voluto lasciare alla stampa postuma Fortini, Ancona, Transeuropa, 1988, dato che Pagnanelli vi ritrovava il segno di un’esperienza che cerca di non scindere letteratura e contesto, nel solco della storia. Dunque, in un periodo di «falso ribellismo» e di «pentitismo nomadico» (Punti per una improbabile etica-poetica, in «La Collina», 8, 1987, p. 11) nel senso più alto e sempre meno frequentato di cura civile, di «politica». Non a caso, ancora, gli era cara l’attenzione alla produzione letteraria periferica, ai «giacimenti regionali», in una «funzione offensiva nei confronti dell’omologazione che la cultura postcapitalistica propone» (risposta all’Inchiesta sulla poesia italiana in prospettiva Duemila, in «Riscontri», IX, 1-2, 1987, pp. 131-134, in particolare p. 133). Palese la suggestione del magistero di Carlo Dionisotti; Pagnanelli poteva quindi affermare:

compito primario della poesia è sempre stato quello di provocare una interazione tra la storia e le invarianti della specie umana, tra archetipi e contesto sociale, di modo che ne nascessero ipotesi, almeno, nuove sul mondo. Quello che scorgo è una volontà di resistenza ammirevole nell’unica battaglia politica che valga la pena di combattere: conservare e custodire il patrimonio dei nostri socioletti. Se sapremo rivivificare il passato, il futuro, che pare fosco, sarà un affare che ci competerà.  (Ibidem)

Non era il suo un parlare da intellettuale di piccolo cabotaggio che cerchi alleanze e riconoscimenti e favori in una provincia oscura e ingenua – come ancora ce n’è. Della generazione di cui faccio parte, non ho infatti conosciuto nessuno che, al pari di Remo Pagnanelli, unisse alla passione per la letteratura, al rigore della ragione giudicante, all’ampia e interdisciplinare informazione scientifica, alla lettura capillare e umile dei poeti, la consapevolezza dei meccanismi dell’attuale industria editoriale e, in genere, socio-economici moderni: e non andrà dimenticato che buona parte della sua eclettica cultura si radicava nella riflessione sul marxismo, oltre che sulla psicoanalisi, sul formalismo, sullo strutturalismo.  In realtà, in una società in cui il protagonismo e la moda sono preferiti allo scavo necessario, alla ricerca meditata sulla tradizione, sul linguaggio, sul senso, la “provincia” di Pagnanelli era quella di chi si ritaglia uno spazio per studi forti e severi, e un punto di osservazione e di “parola” autonoma e profonda, certo sincera, rispetto alle spesso mutevoli e frivole camarillas intellettuali.

Gli scambi fra il poeta e il critico, fra il critico e il poeta in Remo Pagnanelli sono intensissimi. Nella ferma convinzione che poesia significhi, in primis, «comunicazione e martirion (testimonianza e sacrificio), parola che regge il peso della sconfitta sostanziale nell’impotenza d’una solvibilità pratica del cambiamento» (Punti per una improbabile etica-poetica, cit.); e che anche «nel caos il testo possiede una sua logica geometrica e una sua centralità gerarchica», rimanendo «in definitiva struttura e sistema, pur perdendo quella immobilità che il primo strutturalismo gli aveva attribuito e che ora è una nozione del tutto obsoleta (…). La poesia resta, nella sua essenza, dialettica e giudizio sull’intersecarsi di fondamento e contingente» (risposta all’Inchiesta sulla poesia italiana in prospettiva Duemila, cit., pp. 131-132). Ecco allora la scelta congeniale di “linee” per lui poeticamente produttive, lontane dagli sperimentalismi neoavanguardisti e ben riscontrabili pure in Preparativi per la villeggiatura: ovvero Eugenio Montale, quello «transcodificante e miscellaneo di Satura, argomentante e altamente pensieroso» (Punti per una improbabile etica-poetica  cit.) e, nel «filo rosso della poeticità della prosa», Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Giovanni Giudici, come egli stesso indicava nell’ordine. Ed ecco, ancora, per lui convinto di un «fare critico che non si risolva in routine, ma sia sempre sollecitato ed esaltato dall’empatia che si crea tra autore e critico» (lettera del 16 aprile 1985), l’attenzione tenace e preponderante nel suo operare di studioso a queste personalità poetiche: alle quali si debbono unire Sandro Penna – un «destino esemplare» per la sua «libertà» e il suo «rigore», per la sua «ironia socratica» – Giorgio Caproni e, last but not least, il primo degli amici, Giampiero Neri, a cui è dedicato Preparativi per la villeggiatura. Giacché la loro poesia, ha notato Pagnanelli, è «una lezione di disponibilità storica e umana, una convinta apertura” contestuale”»; per aggiungere: la «melanconia che connota il loro “purgatorio” è anche l’indice di una grandezza e stile” laico” che non sopporta alcuna falsa promessa salvifica nel lavoro e nell’opera» (Punti per una improbabile etica-poetica cit.). Qui l’alto insegnamento etico – lo ripetiamo – di un fare poesia che, «più che identificarsi con la verità, che resta comunque complessa (…), è la Memoria di ciò che nel suo cuore di umanità, le forme di potere cercano di obliterare»  (Punti per una improbabile etica-poetica, cit.).

Allora diventa chiaro, mi sembra, il grande amore per Sereni, per il suo «romanzo esistenziale», per una poesia d’intensa e anche dolente attenzione alle cose, alla storia. Rari sono infatti i poeti che, come Sereni, hanno avuto in dono la grazia di accettare, di accogliere il mondo dentro di sé, di ascoltare le parole e la trascorrente, molteplice realtà della vita. In questo la sua umanità “poetica” era di una straordinaria forza – quella di durare, di vivere. Probabilmente una simile forza di accettare o meglio di durare è proprio quella che, ad un dato momento, è mancata a Remo Pagnanelli, quando si sono fatti più pressanti le nevrosi, la difficoltà di comunicazione con le persone che aveva affettivamente più vicine, i problemi irrisolti legati alla vita pratica. Per quest’ultimo aspetto privato e per il sentimento acuto di una disfatta storica da fronteggiare, la morte voluta di Pagnanelli è esemplare di un dramma generazionale ben noto all’Italia recente, come ha rilevato Gianni D’Elia (Ricordo di Remo Pagnanelli, in «Poesia», maggio 1990). è come se quel poeta giovane e colto, dal garbo signorile e a volte amaro, «stanco e disilluso», ma anche leopardianamente sollecito all’amicizia calorosa e umana, che aiuta a vivere, sia stato tragicamente garrottato da una serie di circostanze esistenziali e storiche a cui ha risposto con il suicidio. In un certo qual senso, in questo “tradimento” degli affetti, in questa sottrazione agli amici che tuttora combattono, sta come un limite di Pagnanelli; ma se è vero che gli è venuta meno l’energia per durare alla sofferenza, è anche vero che egli ha a lungo coabitato con la morte, l’ha preparata con una lunga, coraggiosa premeditazione che, a ripensarla ora, agghiaccia. La sua, però, almeno per gli amici che conoscevano tanto suo aristocratico riserbo e tanto suo distacco (per non dire dei medici) non è stata una morte platealmente annunciata, una di quelle morti esibite o romanticamente aureolate. Remo Pagnanelli era troppo lucido e rigoroso per non riconoscere le lusinghe di molto narcisismo estetizzante, magari incentivato dai mass-media, di parecchie comode salvezze individuali; e basterà rileggere per intero la risposta all’Inchiesta di «Riscontri», citata più volte, o La memoria organizzata per vedere limpidamente che la morte è voluta in modo “autentico”, sul piano speculativo e nel segno della ricerca di un senso vero del proprio destino:

Quello che ci tocca nel profondo non è tanto una mancanza di analisi-scrittura ortodossa del problema politico, ma il dolore storico innavertito dalle masse e non celato dalla rimozione dello stile (…) quel senso pesante della sconfitta irrimediabile non accolto con il garbo dei nipotini di Nietzsche, (che nulla spartiscono della tragicità e gravità del maestro.

[In «Almanacco del Ramo d’oro» 1, 1988, p. 63].

Quindi nessuna pateticità, bensì una morte dura, spietata, senza cornice di parole perché nessuna retorica doveva ingurgitare quel suo gesto. Da lui ci viene così l’esempio eminente di chi, esercitando l'”ingenuità” – che è modo tutt’altro che ingenuo e attardato – ha abitato le proprie parole e le ha pagate di persona.

Da tutto questo si comprende allora meglio la concentrazione e l’ambivalente rapporto con Fortini, ovvero il poeta in cui le ragioni dolorose del vivere si risolvono in una intellettualità pugnace e tutta razionale; da qui la riflessione su Leopardi, che lo ha scortato a lungo: almeno dal 1986, come attestano le lettere. Sembrerebbe proprio che l’opera leopardiana abbia rappresentato per Remo Pagnanelli un nodo critico e poetico fondamentale, un punto di sviluppo e, purtroppo, anche di arrivo: nel senso che ciò gli ha consentito di prendere atto di una indigenza, di una penuria di vigore spirituale che avrebbe impedito la vita. Si trattava dell’ironia, nella quale egli era giunto a vedere «un modo primario per salvarsi dall’orrore e dalla beffa del mondo». Scriveva ancora Pagnanelli in una lettera del 21 novembre 1987, proprio alla vigilia della morte:

Credo che la poesia ironica sia la via da seguire anche e soprattutto nel comportamento per rendersi la vita un po’ meno “amara” (come diceva la canzone). Magari avessi una fede, avrei un futuro e una certa pace ma il prezzo che molti poeti (?) giovani pagano per essa è troppo grande, è la menzogna e l’inganno, un continuo autoinganno. Mi tengo stretto il mio Leopardi e se l’esempio suo resta inimitabile, però lo stile dell’uomo può risultare in parte (giacché ci vuole una forza sovraumana) replicabile.

Uno scacco, ma anche un ardimento, una riaffermazione di autenticità su un terreno etico e culturale che non si può speditamente eludere.

Per tutto quanto si è osservato finora, ritengo sia agevole capire perché a Pagnanelli premesse l’esercizio della critica come «collaborazione e smascheramento», in una frequentazione dei testi – minimi e massimi – sterminata e quasi ossessiva. Lo stesso suo stile a volte diventava “spesso”, grosso, nell’esibizione serrata e perfino ansiosa della bibliografia critica, degli strumenti metodologici: Remo Pagnanelli aveva però nitido sentore dei suoi doveri di militante e della propria morte, e questa era la sua maniera – giovane forse – per non lasciare scampo né a sé, né a chi scriveva, agli autori, né a chi lo leggeva. Era il compimento o il contraltare del sentimento di una scrittura

che se deve concedere, conceda il meno possibile: la scrittura è un bisogno e solo in quanto bisogno una necessità, poi sovente diventa altro, una specie di droga di cui non si può fare a meno,   o peggio autoterapia con fini di carriera; in quel punto la scrittura finisce. (Lettera del 16 aprile 1985).

Dunque, al modo di Sereni, la parola come luogo dove non si può barare.

«Kamen’» n. 4, Dicembre 1993  – Riproduciamo, con ampie varianti, l’Introduzione a Remo

Pagnanelli, Studi critici. Poesia e poeti italiani del secondo Novecento, Milano, Mursia, 1991.

Daniela Marcheschi, docente in Italia e all’estero di Letteratura italiana e Antropologia delle Arti, ha curato fra l’altro i Meridiani Mondadori delle Opere di Carlo Collodi (1995) e di Giuseppe Pontiggia (2004). Come critico, numerosi sono i suoi interventi su poeti contemporanei (Penna, Noventa, Bacchini e altri) e su varie problematiche e aporie connesse alla poesia attuale. Alcuni dei suoi interventi più originali, oltre che in vari libri, sono riuniti nel volume Il sogno della letteratura. Luoghi, maestri, tradizioni (2012). I suoi saggi sono tradotti in diverse lingue. Nel 1996 ha ricevuto un Rockefeller Award proprio per la Critica e la Poesia.

Remo Pagnanelli. Nato a Macerata il 6 maggio 1955 e ivi morto suicida il 22 novembre del 1987, Remo Pagnanelli è poeta e critico letterario tra i più complessi della sua generazione. Laureatosi in Lettere nella sua città nel 1978 (tesi su Vittorio Sereni), per un breve periodo vi lavora come docente all’Accademia di Belle Arti. Studioso impegnato e rigoroso, specializzato in Scienze e Storia della Letteratura italiana all’Università di Urbino (1981-1982), per tutta la sua breve vita affiancherà all’attività della critica letteraria quella della versificazione, dando alla luce scritti critici e poetici in cui la riflessione sull’esistenza e sull’essenza stessa della poesia si intrecciano sovente con i territori dell’arte e della psicanalisi.

L’esordio letterario avviene nel 1981 con la pubblicazione della sua tesi di laurea La ripetizione dell’esistere. Lettura dell’opera poetica di Vittorio Sereni (Milano, All’Insegna del pesce d’oro), già Premio nazionale di critica Tagliacozzo 1981 e Premio Città di Messina nel 1983. Nello stesso anno esce anche la prima raccolta poetica Dopo (Forum, Forlì) e, con l’amico Guido Garufi (con cui fonderà la rivista «Verso»), cura l’antologia Poeti delle Marche. Nel 1982 è invitato dal suo relatore, Mario Petrucciani, a pubblicare la tesi di specializzazione Alcune stranezze di Penna su «Letteratura italiana contemporanea», rivista quadrimestrale di studi sul Novecento (anno IV, n.10, settembre-dicembre 1983) e nel 1983, a un anno dalla morte di Sereni, viene chiamato a partecipare al Congresso Nazionale di Palermo ove leggerà la relazione Osservazioni sull’angolo da trovare affermandosi come voce autorevole e studioso raffinato. Del 1984 è la raccolta poetica Musica daViaggio (Macerata, Antonio Olmi Editore) cui seguono la plaquette Atelier d’Inverno (Montebelluna, Accademia Montelliana editrice, 1985) e il poemetto L’Orto Botanico, con cui vince il Premio Montale 1995 per l’inedito, subito antologizzato da Schewiller in 6 Poeti del Premio Montale – Roma 1985 con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Milano, All’Insegna del pesce d’oro, 1986). Particolarmente importanti per comprendere la poetica di Pagnanelli, la sua tensione etica e la costante ricerca linguistica, sono le raccolte uscite postume: Preparativi per la villeggiatura (Montebelluna, Amadeus, 1988) con prefazione di Giampiero Neri cui la plaquette è dedicata, ed Epigrammi dell’inconsistenza (Grottammare, Stamperia dell’Arancio, 1992) i cui testi risalgono agli anni giovanili tra il 1975 e il 1977. Importanti testimonianze, per comprendere appieno il lavoro intellettuale dell’autore, sono infine i saggi Fabio Doplicher (Latina, Di Mambro, 1985) e Fortini, pubblicato postumo (Il lavoro editoriale, 1988) oltre ai notevoli scritti su questioni di arte ed estetica, inseriti nel volumetto Scritti sull’arte (Piacenza, Vicolo del Pavone, 2007) curato da Amedeo Anelli e pubblicato in occasione del ventennale della scomparsa. L’intera opera poetica di Pagnanelli è ora fruibile grazie al volume Le Poesie (Ancona, Il lavoro editoriale, 2000), mentre gran parte dei saggi apparsi su riviste di settore quali «Alfabeta», «Sigma», «Testuale», «Otto/Novecento», «Prometeo», ecc.,  sono stati raccolti e antologizzati in Studi Critici. Poesia e Poeti italiani del secondo Novecento (Milano, Mursia, 1991). Entrambi i testi sono a cura di Daniela Marcheschi. Il corpus documentario di Remo Pagnanelli comprendente lettere, dattiloscritti, manoscritti, è depositato all’Archivio Bonsanti – Gabinetto Scientifico-Letterario G.P. Vieusseux di Firenze. A trenta anni dalla morte, «Kamen’» nel numero 50 ha dedicato una nuova sezione a cura di Erika Nicchiosini.

 

dalla rivista «Kamen’» n. 4, Dicembre 1993