(…) Nella mia famiglia gli animali domestici non erano né cani né gatti, né uccelli. Nella mia famiglia gli animali domestici erano i poveri. Ognuna delle mie zie aveva un suo povero personale e incredibile, che veniva a casa dei miei nonni una volta alla settimana a prendere, con un sorriso grato, la razione di vestiti e cibo.
I poveri, oltre ad essere ovviamente poveri, (preferibilmente scalzi per essere calzati dai padroni, preferibilmente stracciati per poter vestire camicie vecchie che si salvavano in questo modo da un destino naturale di stracci, preferibilmente malati per poter ricevere una confezione di aspirina) dovevano possedere altre caratteristiche imprescindibili: andare a messa, battezzare i figli, non ubriacarsi e soprattutto rimanere orgogliosamente fedeli alla zia cui appartenevano.
Mi sembra di vedere ancora un uomo in sontuosi cenci, che assomigliava a Tolstoj perfino dalla barba, rispondere offeso e superbo ad una cugina distratta che insisteva nell’offrirgli una maglia che nessuno di noi voleva.
“Io non sono il suo povero, io sono il povero della signorina Teresinha”. E il plurale di povero non era poveri. Il plurale di poveri era questa gente. A Natale e a Pasqua le zie si riunivano in combriccola armate di fette di bolorei, sacchetti di mandorle e altre delizie equivalenti e si dislocavano pietosamente nel luogo dove abitavano i loro animali domestici, e cioè un quartiere di case di legno della periferia di Benfica, a Pedralvas e vicino alla via militare, con lo scopo di distribuire, in uno sfarzo da re magi, calzettoni di lana, mutande, sandali che non servivano a nessuno, immaginette della Madonna di Fatima e altre meraviglie dello stesso calibro. I poveri spuntavano dalle loro baracche agitati e grati e le mie zie mi anticipavano subito, scacciandoli col dorso della mano. “Non ti avvicinare troppo, ché questa gente ha i pidocchi”.
In queste occasioni, e solo in queste occasioni, era permesso regalare monete ai poveri, dono sempre pericoloso perché correvano il rischio di essere spese (“Questa gente povera non ha la nozione dei soldi”) in modo deleterio e irresponsabile. Al povero di mia zia Carlota, per esempio, fu proibito di entrare a casa dei miei nonni perché, quando lei gli mise dieci quattrini sul palmo raccomandando, materna, preoccupata per la salute del suo animale domestico: “Ora vedi di non spendere tutto in vino”, lo sfrontato le rispose in modo molto maleducato: “No, signora mia, mi compro un’ Alfa Romeo” (…).

Foto: Franco Folgori-Povero

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