Quattro mesi e venti giorni di Giacomo Gusmeroli, ed. LietoColle 2017

Non è semplice parlare di questa silloge poetica di Gusmeroli, e non solo per l’ inusuale indagine rabdomantica della dimensione spirituale che affrontano i versi, ma per quell’impressione di irraggiamento mistico, di bellezza inattingibile che ne deriva e che sembra pretendere la meditazione silenziosa.

L’esperienza che Gusmeroli racconta è una di quelle che difficilmente si sposano al linguaggio comune, e, tanto meno, a quello massmediale così diffuso anche nella pratica poetica, così che il primo stupore, nel leggere questi versi, si origina, appunto, dalla diversa qualità della nominazione.

Direi quasi che ogni testo che compone la silloge descriva un’impalpabile realtà, o, per lo meno, una realtà resa tale dalla grazia di cui ogni cosa viene intrisa, anche la più comune, la più esteticamente spiacevole, come un corpo vecchio e malato, un oggetto consumato, brutto, apparentemente inutile, poiché la loro bellezza appare unicamente allo sguardo che li contempla nel silenzio dell’accoglimento amoroso dell’anima.

Infatti è del silenzio che questa silloge dice: il silenzio affaccendato e insieme immobile, meditativo e operativo, individuale e comunitario di un convento francescano dove l’autore ha deciso di vivere per quattro mesi e venti giorni  insieme a novizi e frati, conformandosi agli orari ed alle pratiche religiose, per ritrovare in se stesso «quella primigenia inviolabile purezza, come l’acqua sorgiva » che caratterizza i gesti e le incombenze dei tanti frati che vi dimorano.

Essi vengono descritti e raccontati ad uno ad uno dall’autore, ognuno con le sue caratteristiche fisiche e inclinazioni, come a dire che la vita in comunità non distrugge l’individualità, ma l’esalta nell’umile servizio verso gli altri, nelle lunghe ore di solitudine nelle celle disadorne, in cui è l’essenziale che basta mentre la profondità della meditazione non cessa mai di cercare le invisibili ricchezze divine.

L’impossibile del raccontare l’anima, mentre si elencano cose e luoghi, piante ed arnesi, cieli e temporali improvvisi, sommesse voci esterne e brusii oranti, passeggiate  lungo «sentieri sterrati nei larghi uliveti del colle, disseminati/ di farfalle» e  immersioni prolungate nel silenzio, è certamente una scommessa ardita.

Gusmeroli, però, ha saputo centrare l’obiettivo scegliendo innanzitutto la sincerità (così che al lettore resta l’impressione di avere letto nient’altro che un diario, un resoconto di fatti quotidiani sia pure di diverso spessore, e non certamente un trattato mistico, anche se, in un certo senso, il libro è anche questo) e affidandosi ad una versificazione dal ritmo lento, ma non solenne, sommessamente sonora, lavoratissima, ma non troppo aristocratica.

Nonostante l’abbondanza della luce fisica e spirituale, nonostante la grazia dei luoghi e dei riti, Quattro mesi e venti giorni non è, però, un libro tutto gioioso: più volte l’autore sottolinea la difficoltà di esperire in sé l’assoluto «Delicatissima, scuotente questa vertigine», così come la definisce nel testo XXVIII (pag. 45), in cui, come già in altri, sottolinea la sua «latente malinconia» e le nostalgie e le mancanze che l’afferrano ogni mattino.

Non mancano dei momenti perfino drammatici in questa esposizione di sé alla luce frontale del Cristo, in cui Gusmeroli teme di non credere, o, al contrario, di ritrovarsi troppo mutato, oppure si sente «pervaso da una deriva dolorosa». C’è anche un lungo, animato, misericordioso dialogo fra l’autore e il Padre Maestro, che è davvero una stupenda lezione di vita spirituale, oltre che una fine lettura d’anima, in cui ciascuno può riconoscersi, tremando e fortificandosi.

Trovo tra i più commoventi della silloge i testi in cui l’autore dà voce agli stati d’animo che lo travagliano quando deve  lasciare la cella in cui ha vissuto la sua straordinaria esperienza : «Me ne sto qui, tentenno, incaglio mi prende/ il groppo alla gola che mi straluna,/ che non mi lascia muovere un qual che cosa/ come un vuoto sconfinato, un più in là./ Ho paura e anelo di un più in là che si perda/ tutto, la spassionatezza, il mattutino, la nostra/ amicizia.” (LXXV, pag. 92).

Il bilancio finale, sinceramente tracciato nel testo LXVI (pag. 83), sembrerebbe negativo, quasi che questa esperienza durata quattro mesi e venti giorni non abbia modificato niente; e, invece, il lettore è chiamato a meditare, prima di qualsiasi conclusione, la citazione da Rabbi Sussja che precede il testo e dalla quale si ricava che ciò che piace al Creatore è la nostra singolarità e la sua più piena messa a frutto.

La lezione, insomma, che Gusmeroli ha imparato (e che, di fatto, era già implicita nei ritratti così dettagliati e variegati dei frati) è questa: «A mano a mano ho inteso/che non avevo nessuno da imitare. Era un inutile intento:/ la ricerca di una mia non-via, che d’ora in poi/ avrei ripreso della mia unicità, fedele al mio compito.».

 

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