Dopo Nunzia in cortile che aveva presentato in un certo senso la poesia di Marco Pelliccioli, un secondo capitolo del lavoro di questo poeta: L’orfano. Libro che rinsalda e precisa le tematiche della poesia di Pelliccioli e ne mostra le trame che passano per forza per questo motore di corpi e vite, per questo mondo di verità e realismo. La “passione apertissima per il mondo esterno..” di cui parla Cucchi nella postfazione. Questo si avvera all’interno di queste poesie: l’esistenza degli ultimi, la ricerca speciale di un calore, il calore umano che si rappresenta in ogni angolo di strada, in ogni offesa del vivere, in un’attesa magica e unica, quella di un figlio, quella di un arrivo in un paese che accoglie. Il racconto di una nuova nascita ricalca la nostra avventura e quella di chiunque, vivere, essere nati. Il destino complice e simile che rende orfani chiunque, genitori e figli, ultimi e migranti: “Non solo la morte sai mi spaventa/ ma questo eterno, imperante presente/ che fagocita i padri, le radici, la storia/ con un paio di clic/ e lascia me padre, il figlio nel ventre di lei/ orfani, soli…”. Irrimediabilmente nel profondo della raccolta c’è sempre, la ricerca costante di ragioni, di sincerità. I personaggi nell’opera di Pelliccioli, i soggetti visti, riassunti nei particolari, passano le loro giornate nella loro condizione di immobilità, di deriva: “Lo vedevo ogni mattino puntuale al panificio/ la borsa di cotone sul sellino posteriore/ le gote penzolanti, un buffo d’aria calda…”. Il diario di viaggio di un migrante può prendere il posto di un mendicante fuori da un supermercato, resteranno i suoi occhi, quello che ha visto. In questo caso l’autore descrive nei minimi particolari, la tratta dei migranti, la via attraverso il deserto fino al mare facendo parlare con voce propria un nuovo Odisseo che parla altre lingue, che mastica la vita: “Immobili nel mare ora galleggiamo/ sbandati dalle onde, il ghibli sulla faccia,/ mastichiamo sale e non abbiamo acqua,/ dicono che presto qualcuno arriverà…” e ancora “Chiedo allo stormo di gabbiani in cielo/ di portare a terra il loro, il nostro grido”. Poi questo grido si stempera, si fa emozione che nasce e  cresce e trova la sua strada oltre a noi, oltre agli altri: “Come si gonfiano nel vento/ le coperte, le pareti, le mollette,/ il campo di grano nel tuo ventre/ nel canto delle cicale che si espande,/si espande,/ si espande”. Il domani è una domanda, non sa rispondere, almeno non ora mentre si scrive, come fa Pelliccioli nell’orfano uscendo dalla nebbia, in quest’ora: “Forse un giorno/ tra zolle, foglie ancora un po’ bagnate,/ l’erba umida già alta, le ringhiere sfatte,/ mi sentirai passare: sarà un lieve fruscio,/ti incontrerà al lampione/ pronuncerà la luna”.

 

 

Il libro è disponibile su ibs