dalla rivista “Ulisse n. 20: Poesia, autofiction e biografia”

Per esempio Galilei

Non è il centro del mondo questa terra,
solo un sasso che cade intorno al sole,
dice da Padova Galileo Galilei
guardando in cielo con il canocchiale.

Appena detto questo che già soffoca,
gli si offusca la vista dal sudore quando
il mormorio gli arriva e vede l’ombra
che accerchia la finestra.

Tieni ferma la lingua, chiudi gli occhi:
io vedo un cieco. E tu, chi vedi tu?
Io vedo un muto dietro la finestra
di una casa cinta dalle guardie.

I frati lo trascinano in giudizio, tribunale papale:
hanno i loro strumenti giù in cantina:
la verità come la chiami, o fisico,
se ti strappano il cuore via dal corpo?

Allora dice Galileo: la terra non è un misero sasso
che cade intorno al sole. Sta in un gran splendore,
noi stiamo saldi al centro delle cose
e su di noi c’è Dio che muove il sole.

E quest’uomo che sa la verità
e l’ha contata sulle cinque dita
lo cacciano dal convento sulla strada lercia.
Lui si rintana a Padova.

Quattro anni ed è cieco, barcolla per la stanza:
non mi rompete con la gravità, mai più scienza
e niente verità.
Il tutto è nero. Avevano ragione. Non si muove nulla.
Tranne lui Galileo che moribondo si affaccia alla finestra.

 

I motociclisti

Sabato sera coi loro motori
e tutti in cuoio i cavalieri sul Kurfuerstendamm:
Halensee: autostrada. Deviazione permessa
alle bestie di ferro della città dentro il muro:
da uno stop all’altro e poi ritorno:
la vita è andare: in tondo.
I morti nel fossato non ne sono una prova.
Raccomandarsi senza speranza

Maddalena, impiccati, strappa la corda
della biancheria dallo stipite in corte
annodala al gancio sulla lampada, metti
lo sgabello sotto il cappio e infilaci la testa:
io non potevo vivere senza di te. Io
ho sofferto come un cavallo cui inchiodano il muso
davanti all’avena. La vita mi pesa troppo
se nessuno me ne toglie una metà.
Mettilo per iscritto e caccia la lettera
fra il passaporto e
la foto della festa per la maturità.
Se uno muore, muore qualcosa di te, dice John Donne.
La morte di chiunque ti riduce anche te, dice John Donne.
È per me che suona la campana, dice John Donne
non chiedere per chi, dice John Donne.
È per te, Maddalena, che scampanano, dice Thomas Brasch
perché so bene che sono io l’avena
che tu mastichi.
Lo so che mi restringo
se io sono l’avena che tu mastichi.
Maddalena, impiccati, io non ci vado
alla cabina a telefonare e chiamare l’ospedale,
se mai ti trovo. E questa poesia oppure un’altra
la depongo
sotto i tuoi piedi candidi.

 

Autocritica 4

Ad Amsterdam davanti a una vetrina: la puttana nuda
sotto vetro. Fra due acquirenti lei che fa una sosta
sullo sgabello. Sulle ginocchia ha il diario. Gli uomini
accanto a me allungano il collo. Cosa
diavolo scrive. Lei alza la testa e sorride:
me potete comprarmi. Ma non quello che penso.
Io mi allontano, grato: una lezione costata niente.

 

[Da Der schoene 27.September, Suhrkamp, Frankfurt/Main 1980, 20133. Traduzione di Anna Maria Carpi.]

Notizia.

Thomas Brasch (Yestow/Yorkshire 1945- Berlino 2001), figlio di un alto funzionario del Partito comunista. Imprigionato nel ’68 per “attività antistatali”, nel 1976 si traferisce all’Ovest. Per questo libro di poesia, il suo più noto, ebbe il Premio della Frankfurter Allgemeine Zeitung e gli elogi di Christa Wolf, che scorgeva in lui un nuovo Kleist, un lacerato e isolato avversario di ogni ordine costituito. Ha scritto anche per il teatro (Il femminicida Brunke) e diretto due film, Angeli di ferro e Domino e ha rielaborato e messo in scena Shakespeare e Čechov. Postume (2002) sono uscite le poesie Wer durch mein Leben will, muss duch mein Zimmer (Chi vuole traversare la mia vita deve passare per la mia stanza).