Vorrei che i miei capelli prendessero fuoco,
che mostrassero il male e il bene che in me
si generano a vicenda.
Parla lei, seduta esattamente dove lui
l’ha lasciata. A quaranta minuti
di distanza, resistendo alla fame,
al sonno, all’urgenza del bagno.
Dove spenderà ciò che ha bisogno
di sperdere, se lui accelera ancora?
Si graffia le gambe, dalla strada nessun segno,
l’ultima frase che ha detto è coniugata
all’imperfetto.

(Massimo Gezzi, Il numero dei vivi. Donzelli 2015)