dal sito http://leonbizz66.blogspot.it

Appropinquandosi il giorno di Ognissanti, mi pare opportuno pubblicare un post in cui dieci poeti italiani del Novecento parlano di dieci santi più o meno famosi. Come si noterà, ci sono degli apostoli come Giovanni e Pietro; delle sante molto popolari come Chiara d’Assisi e Caterina da Siena; c’è (e non poteva mancare) San Francesco d’Assisi e, infine, vi figurano anche alcuni santi tutt’ora molto presenti nell’immaginario popolare, soprattutto per gli aneddoti quasi leggendari riguardanti la loro vita, che, attraverso i secoli si sono diffusi tra la gente di tutte le classi sociali. Alcuni santi sono qui descritti per un episodio particolarmente significativo della loro esistenza: Agostino, per esempio, lo si vede nel momento in cui incontra un angelo in forma di bambino; Stefano invece, è colto nel momento terribile del martirio (morì in seguito a lapidazione). Martino e Rocco sono raffigurati in modo classico: il primo durante uno dei suoi molti pellegrinaggi; il secondo, sempre in cammino, in compagnia del suo immancabile, fedelissimo cane. Buona lettura.

 

 

 

L’APOSTOLO GIOVANNI

di Antonino Anile (1869-1943)

 

O di Gesù discepolo diretto

se nelle soste dell’andare amavi

piegare il capo sul divino petto

di Lui, dimmi ora tu quel che ascoltavi.

 

Certo gli occulti a noi moti soavi

onde accestisce il grano dal costretto

germe in ombra e ‘l pulsar dei tronchi gravi

ad urger linfe al fiore in cima eretto;

 

e come ai nidi, a tessere leggiadre

piume, si seguan premurose l’ore

e nasce l’ala; e come l’aria gode

 

cullare il canto ancor prima che s’oda.

Tu ascoltavi in quel cuore d’ogni cuore

il ritmo: la profonda ansia del Padre.

 

(da “Nuovi sonetti religiosi”, L’Eroica, Milano 1931)

 

 

 

 

CHIARA DI ASSISI

di Renzo Barsacchi (1924-1996)

 

Era un fresco mattino

colmo di uccelli nuovi e sopra il nitido

filo dei monti camminava l’aria

nei suoi veli purissimi.

 

Leggevo

di Chiara, gli occhi a stella

aspri di luce come la fece Simone,

curva quel tanto come piega il vento

l’esilità del giglio.

 

E rivedevo

quando impose a fratel Bentivenga

di andar per olio per le sue sorelle

e le lampade asciutte.

Ripensavo alla sua casa di pietra

semplice e nuda come l’acqua che brilla

di se stessa, all’immane

gioia che vi stava

e alle mie stanze ingombre

d’inutile e di troppo, alla mia vita

sonora dei campani dei lebbrosi.

 

(da “Marinaio di Dio”, Nardini, Firenze 1985)

 

 

 

 

MARTIRIO DI SANTO STEFANO

di Elena Bono (1921-2014)

 

Non più difende col gomito

il gracile viso.

Giace nel sangue

prega e piange piano.

 

(da “Alzati Orfeo”, Garzanti, Milano 1958)

 

 

 

 

SAN MARTINO (DA UN ALBUM)

di Vincenzo Cardarelli (1887-1959)

 

Sempre ti vedo e penso, San Martino

solo soletto e di notte in cammino

Ed è la notte dei tempi, un piovoso

Medioevo remoto e pauroso.

Sei così rustico, sei così antico,

e così serio in volto e così amico!

Vai per terre e per borghi a passi eguali,

buon pellegrino, e liberi i mortali

d’ogni male, fai piovere e ristare,

della campagna nume tutelare.

Magno Martino, santo parrocchiano,

tutto tu puoi sul popolo cristiano.

A un tuo cenno è sconfitto anche il demonio

che tentò nel deserto Sant’Antonio.

 

(da “Opere”, Mondadori, Milano 1981)

 

 

 

 

SANT’AGOSTINO

di Giovanni Cena (1870-1917)

 

Sant’Agostino assorto in suoi austeri

problemi andando un giorno in riva al mare,

vide un fanciullo intento a singolare

trastullo; ond’egli uscito di pensieri,

 

rise e disse: “Che fai, bambolo, speri

il mare in questi cerchi imprigionare?

E quei: “Meglio” rispose “che indagare

come tu fai terribili misteri!”

 

Così, tratte da facili miraggi

l’ingenue menti e gl’intelletti chiari

s’affaticano ancora in opre vane.

 

E ritentano ancor, pargoli e saggi,

in piccoletto cerchio accoglier mari

e l’universo in brevi menti umane.

 

(da “Poesie”, Bemporad, Firenze 1922)

 

 

 

 

SAN FRANCESCO

di Luigi Fallacara (1890-1963)

 

San Francesco sente che l’anima

dell’universo è in lui solo una voce,

s’apre a donarla allargando le braccia,

perché suo strumento è la croce.

 

I piedi azzurrati s’affiggono,

metton radici nel profondo,

radici di chiodi turgidi

per cui sale il dolore del mondo.

 

Protese le mani sorreggono,

impeto di raggi, il cielo:

cala sulla faccia madida

lo splendore, come un velo.

 

Dalla ferita del fianco vivida,

sorga la musica ascosa,

profondo, profondo è il cantico,

il cantico dell’eterna rosa.

 

[da “Poesie (1914-1963)”, Longo, Ravenna 1985]

 

 

 

 

MISSIONE DI PIETRO

di Alda Merini (1931-2009)

 

Quando il Signore, desolato e grigio,

ombra della Sua ombra incespicava

dentro il Suo verbo colmo di incertezza,

Pietro comparve, forte nella braccia

e nelle membra a reggerLo nel mondo…

 

Quando Pietro fu solo nel peccato,

quando già rinnegava il Suo Signore

e Lo vendeva a tutti nella frode,

Dio non comparve (si era già velato

per la notte più oscura profetata),

ma gli fece suonare dentro il cuore

le campane più vive del riscatto.

PIETRO FU IL PRIMO A IMMEGERSI NEL SANGUE!

 

(da “Fiore di poesia 1951-1997”, Einaudi, Torino 1998)

 

 

 

 

SAN ROCCO

di Renzo Pezzani (1898-1951)

 

San Rocco è quel mendico

che ha un cane per amico,

 

un cane spelato, bastardo

ma di bellissimo sguardo.

 

Un cagnolino che va zoppo

col cacciator senza schioppo

 

perché di anime è cacciatore

san Rocco del Signore.

 

Van da piazza a casolare

che tutti li han visti passare,

 

dormire ai cantoni, chiedere un tozzo

di pane e un sorso d’acqua del pozzo,

 

e San Rocco parlare alla bestiola

come ai bimbi il maestro di scuola.

 

È un cagnino di pelo bruno

che a vedrlo non lo vorrebbe nessuno,

 

né per la greggia, né per l’aia,

ché non ringhia e non abbaia.

 

Ma San Rocco ne è contento:

ha il cane e non ha l’armento;

 

ha il guardiano e non ha la cascina;

ha un compagno quando cammina;

 

quando mangia ha un invitato,

quando ha freddo ne è scaldato.

 

Il cane zoppo, il saio liso

quattro passi dal Paradiso.

 

(da “Innocenza”, S.E.I., Torino 1950)

 

 

 

 

SAN CLEMENTE

di Clemente Rebora (1885-1958)

 

A te apparve, San Clemente mio,

posto a morir coi martiri in esilio,

vita in prodigio, l’Agnello di Dio.

Non m’avviene così; a morte anch’io,

null’altro appare a me, mentre m’umilio.

che il corpo mio che si disfa vivo.

T’avvii tu al mare che t’ammanta

mentre invocano tutti il Ciel ti salvi:

e, suo Vicario, dolce lagrimando,

l’invocazion di Cristo tu ripeti:

– Accogli, Padre, lo spirito mio –

e l’ansito del mar fa coro immenso.

Non m’avviene così, che pur m’avvio,

senza far pianto né sentir consenso,

in un mar di miseria a sprofondare.

 

(da “Le poesie”, Garzanti, Milano 1988)

 

 

 

 

LA VERGINE DI SIENA

di Giulio Salvadori (1862-1928)

 

Odo i cori degli Angeli inneggianti

te, Caterina, vergine potente.

Cantano il lume dell’accesa mente

onde ridean quaggiù gli occhi stellanti;

 

Cantano il cuore aperto agli altrui pianti,

la regal fronte inchina a ogni umil gente,

le braccia che accogliean maternamente

l’umiliata fronte degli erranti.

 

Cantano l’ineffabile dolore

onde morivi qui senza morire

pel gregge del Pastore abbandonato;

 

Cantan l’ardir magnanimo del core

onde tu, sola e povera, tra l’ire,

richiamasti il Pastor dal suo peccato.

 

(da “Ricordi dell’umile Italia”, Libreria Editrice Internazionale, Torino 1918)