Paola De Benedictis ci introduce così: La mia poesia è costante esercizio della perdita, dell’assenza./Mi interessa lo spazio minuscolo tra il prima e il dopo, la soglia, quella crepa che contiene un infinito./Quel lunghissimo istante  dopo il quale nulla è come prima. Una poesia che “genera” assenze per ritrovare “presenze”, molto simile a questa oscillazione ontologica è la dicotomia dell’ancor lacaniano nella domanda d’amore: Encore, Ancora, significa che c’è dell’infinito nella domanda d’amore, che l’amore non si soddisfa mai una volta per tutte, che la risposta dell’amore alimenta l’amore. Possiamo azzardarci a considerare l’alternarsi tra apparizione e sparizione come il reiterarsi infinito del senso della novità in amore – sempre lo stesso eppure sempre uguale, ancor e sempre uguale. Lasciate che io tragga un vantaggio \da questa conversazione.\Alleggeritemi dai ricordi e dalle separazioni.\\Lasciate che io apprenda per bene\la legge della perdita \e quella più profonda del congedo. \\Non ho più collera \neppure per la mia collera\ma una volta c’era la vita\ed io sbagliai nel sostituirla.

Come un’arteria ostruita dal suo stesso sangue
Dal centro del sempre aggiungi tempo a ciò che è immobile,
ma è la paura  ad assegnare il posto che occuperai.
Allarga i margini della mia vita, ti prego.

Le mie lacrime sono ponti.
Il possibile certezza differita.
Nervi cavi d’alta tensione.
Rese mancate.
Devi credere che le mie inesattezze completino le tue.