I versi di Vincenza D’Elia nascono dall’urgenza di nominare, il suo mondo prende sostanza nell’istante stesso in cui viene reso ogni volta ente privo di una storia precedente; potremmo azzardare che la poesia di Vincenza sia fuori dalla dinamiche della gettatezza di matrice heidegherriana dove : “Il concetto di gettatezza indica come l’Esserci si trova a essere gettato nel mondo, in quanto l’esistenza gli è imposta indipendentemente dalla sua volontà; l’Esserci è inserito immediatamente in una situazione (mondo) nella quale si trova costretto ad agire”¹. Nelle liriche di Vincenza D’Elia sembra incrinarsi la volontà esistenziale in nome di un un flusso di evocazioni  che straniano il lettore dalla realtà tangibile, per proiettarlo verso un altro mondo (del linguaggio) in cui le cose devono essere ancora definite. L’origine dei vocaboli\ il ruscello \da cui si è presa l’acqua\ non consegna\ se torbida o pulita\ se con le mani da gelo\ o fuoco della sete. E ancora mentre loro, le madri\imbottigliavano settembre in primavera\e cogli occhi buoni \tessevano il nome delle cose.

Lucania

le bambine
fresche giuncate calde
le mandavano
in cerca d’aria asciutta
quando era ancora
sulla coda dei cani la luna
a radunar felci

le prèfiche
orzaioli fra calanchi briganti
le mandavano
a sbattere scialli sventurati
quando era sempre
sulla lingua della capra la stella
smorzata

mentre loro, le madri
imbottigliavano settembre in primavera
e cogli occhi buoni
tessevano il nome delle cose

1 – guida allo studio della filosofia 800 e 900 /heidegger/