IO… E L’ASINO MIO.

‘Na vorta ‘no scurtore de cartello,
Dopo fatto un Mosè ch’era un portento,
Je disse: «Parla!» e lì co’ lo scarpello
Scorticò sur ginocchio er monumento.

Io pure mo ch’ho fatto st’asinello
Provo quasi l’istesso sentimento;
Ma invece d’acciaccallo cór martello
Lo licenzio co’ sto ragionamento:

Fratello! In oggi, ar monno, senza ciarla,
Starai male dovunque te presenteno,
Dunque, per cui, si vôi fa’ strada, parla.

E parla!, ché si parli, sur mio onore,
Cór fisico che ci hai, come te senteno,
Si tu parli, te fanno professore.

LA TRAGEDIA.

Fanno ar Quirino ‘na tragedia in prosa
Che si la vedi, fio, te fa terrore.
Er fatto è quasi uguale ar «Trovatore»,

Ma er fatto proprio, è tutta un’antra cosa.
C’è er prim’omo ch’è l’asso! L’amorosa
Quanno che parla te commove er core,

E c’è er tiranno che ar terz’atto more,
Perché la prima donna nu’ lo sposa.
C’è un assarto: uno solo contro sei,
C’è l’amoroso che diventa matto,

E c’è ‘na guerra tra cristiani e ebrei.
Ma c’è la chiusa poi dell’urtim’atto,
Quanno che lui s’ammazza e ammazza lei,
Che, te dico, m’ha proprio soddisfatto.

LE CORONE PE’ LI MORTI.

LA CORONA DE LATTA.
Dieci sòrdi? Ma manco la fattura,
Perché, dico, ma lei mi attasti un fiore
Lei mi guardi la tinta der colore
E tutt’antro, ché qui nun c’è impostura.

Ma, dico, bisogn’esse’ ‘na cratura…
Lei mi scusi, si sa, parlo cór core,
Perché, capisce?, un’antra più mijore
De questa nu’ la trova, stii sicura.

Perché poi, dico, fatevi capace,
Li fiori freschi dopo du’ giornate
Ve ce rimane er zeppo e semo pace.

Mentre che qui a ste rose de bandone,
Ce po’ pure tirà le cannonate,
Dopo dieci anni ancora so’ corone.

LA CORONA DE FIORI FRESCHI.
Nun posso. Creda che nun è stranezza,
Perché, creda, signora, io so’ reale.
Io je venno un lavoro d’esattezza,
Nun j’appoggio ‘na cosa dozzinale.

Vede, fosse di carta o sia di pezza,
Je la darebbe ar costo tale e quale.
Ma ste rose!… Ma guardi che freschezza!

Cosa dice? Si secca? È naturale!
D’antra parte, lei pure m’insegnate,
Che tutto sto concorso de persone,
Qui, se riduce tutto a ste giornate.

Quanno se so’ seccate, Iddio provede!
Ma che j’importa a lei de le corone,
Quanno nun c’è gnisuno che le vede?

COSE DER MONNO.

I.
Me pare jeri. Stavo ner casotto,
Quanto sento strillà’… Ched’è? m’affaccio,
Sangue de Cristo! Bum… te sento un botto
E me vedo cecà’ dar carcinaccio.

«Ajuto… Moro… Ajuto…» S’era rotto
Er ponte de la casa e un poveraccio
Che stava sopra a riggiustà’ un condotto,
Era cascato giù come ‘no straccio.

Fu caricato sopra ‘no straporto,
L’avessi visto! tutto sfragellato!…
‘Rivamo a l’ospedale ch’era morto.

Lì a l’ospedale, drento a la saletta
De l’ambulanza, assieme ar delegato
Je cercassimo drent’a la giacchetta.

II.
Dopo s’agnede a piazza de la Boccia
Da la moje e dar fijo piccinino,
Che aspettaveno lui sur portoncino
Per annà’ for de porta a fà’ bisboccia!

Urli, pianti… Che fu! Basta, er capoccia
De la fabbrica e io co’ un questurino
Je lassassimo sopra a un tavolino
Quello che je trovassimo in saccoccia:

‘Na pippa rotta, un metro, un fazzoletto,
Du’ bijetti der Monte, du’ cartate
De mózze e tre giocate ar numeretto.

Anzi, ner venì’ via co’ l’antra gente,
Lì, pe’ scrupolo, furno rigiocate;
Ma, me ricordo, nun ce venne gnente.

III.
Ma intanto, guarda si cos’è la vita!
Lei pareva morisse de dolore;
S’era ridotta un osso; era spedita…
E si la vedi mo, te pare un fiore.

E jeri venne qui tutta vestita
De festa, e dice: – A voi, sor Sarvatore,
Ve porto sti confetti. – Se marita?
– Sposa domani un antro muratore.

Te capacita? Dopo tante doje…
E poi, no pe’ di’ male, Dio ne guardi!
Ma ar morto, lei, lo sai?, nun j’era moje.

– Nun j’era moje? E er fio? – Casa Projetti

– Ma come? L’hanno messo a li bastardi?
– Cose der monno! – Damme du’ confetti.

ER FATTACCIO.

I.
COME FU.
Come fu? Fu che avemio principiato
A magnà’, ne la pergola in giardino,
Quanno, vicino, a un antro tavolino,
Vedemo un omo tutto insanguinato.

Urli, strilli!… Quell’antro era scappato.
Fu chiamato a l’imprescia un vetturino;
E intanto viè’ de corsa un questurino
Co’ quell’antro che aveveno agguantato.

E lì, dice: – Perdio, fora er cortello! –
E a forza de cercà’ lo ritrovorno,
Sporco de sangue sotto a ‘no sgabello.

Figurete un po’ noi! Co’ quela scena,
Addio vignata! E li pollastri ar forno
C’è toccato a strozzasseli pe’ cena.

II.
L’OSTE.
So’ fortunato! Nun avé’ pavura
Che si dura a sto modo è ‘na cuccagna!
Ogni festa che viè’, tappa sicura.
E poi, dicheno, dice, uno se lagna!

Ma tutti qui!… Sarà ‘na jettatura,
Che t’ho da dì? Ma c’è tanta campagna,
E annateve a scannà’ for de le mura
E no, percristo, qui dove se magna.

Nun fa gnente? Ma intanto che succede?
Che chi viè’ pe’ sta’ alegro a l’osteria,
Qui drento nun ce metteno più piede.

Poi te stampeno er fatto sur giornale,
E cusì l’avventore se disvia
E te casca in discredito er locale.

III.
DAVANTI A L’OSPEDALE.
– Ch’è successo? – È ‘rivato ‘no straporto,
Cór un omo e du’ guardie travestite,
Dice che in Prati c’è stata ‘na lite.
– E d’ove è stata? – A l’osteria de l’Orto.

Dice che quello ch’ha ammazzato er morto
È er ragazzo de Lalla. – Che me dite!
E lui? – Pare che ci abbi’ du’ ferite;
Ma dicheno che nun avesse torto.

– E mo ched’è laggiù fra li cancelli?
C’è ‘na donna vicino ar commandante
De le guardie; se strappa li capelli,

Ecchela là, vicino a la colonna,
La vedi? Chi sarà? – Sarà l’amante.
– È la madre! – Dio mio! Povera donna!

IV.
ER VETTURINO.
Nun è che, dice, noi de sto mestiere,
Dice, è core cattivo o semo ingrati…
Ma intanto, come ho detto ar brigadiere,
Sti du’ cuscini qui so’ rovinati.

Fino che me fai scegne er forestiere,
Lo capisco; so’ casi disperati…
Ma qui, bisogna annà’ dar tappezziere
E rifà’ li cuscini trapuntati.

Hodie michi crastibbi, dice quello.
Lo capisco. Nojantri vetturini
Lo sapemo che scherzi fa er cortello.

Io, che c’entra? sfiatavo li cavalli
Pe’ fa’ presto… Ma intanto? Sti cuscini
Me ce vonno du’ scudi pe’ rifalli.

V.
UN ANNO DOPO.
Erimo venticinque in compagnia
De li soni; fu un pranzo prelibato!
Zupp’ingrese, caffè, rumme, gelato…
Te dico, roba fina, sciccheria.

Dopo pranzo fu fatta un’allegria,
Tutti a panza per aria immezzo ar prato,
A l’aria aperta e dopo avé’ ballato,
Ritornassimo in giù a l’avemmaria,

Co’ ‘na fila de legni a du’ cavalli,
Cór manico d’argento a lo sportello,
Che tutti se fermaveno a guardalli.

Dov’annassimo? A l’osteria de l’Orto;
Lì de dietro a li Prati de Castello,
Dove l’antr’anno ce successe er morto.

Da ragazzino, fu messo dai propri genitori, originari di Fontana Liri [1], a studiare in seminario, a Frascati: scappò via. A leggere la sua produzione poetica non pare che quella prima esperienza lo abbia conciliato con gli ambienti religiosi. Studiò poi all’Istituto di Belle arti, ma era molto più attratto dalla vita artistico-mondana della città che dagli studi accademici.
La nuova capitale ribolliva di novità, di idee, di progetti, di smanie: il ventenne Pascarella vi si tuffò e cominciò a frequentarne gli artisti mondani e innovatori, partecipando alle attività dei “XXV della campagna romana” (dove era noto per i suoi asinelli), frequentando il Caffè Greco, stringendo rapporti con gli artisti più simili a lui per irrequietezza e bisogno di nuovo, collaborando con la Cronaca bizantina e successivamente con il Fanfulla della domenica, che pubblicano le sue prime cose.
La nota caratteristica della sua personalità è l’irrequietezza: dopo il viaggio in Sardegna del 1882 con D’Annunzio e Scarfoglio alla scoperta di un mondo considerato misterioso e arcaico, continua a viaggiare moltissimo (India, Giappone, Stati Uniti, Cina, Argentina, Uruguay), annotando nei suoi Taccuini disegni e osservazioni acute e caustiche. Tuttavia l’uomo è profondamente legato alla sua città, scenario privilegiato di molte sue opere, e abitò per tutta la vita in Campo Marzio, tra via dei Portoghesi, via dei Pontefici all’Augusteo, via della Scrofa, via Laurina, via del Corso.
Pubblica, nel frattempo, Villa Gloria (1886), 25 sonetti sul tentativo dei Fratelli Cairoli di liberare Roma e conclusosi tragicamente con lo scontro di villa Glori. I sonetti furono celebrati dal Carducci, mentre il lavoro più noto, La scoperta de l’America (di cui dà letture pubbliche sempre più richieste) è del 1894, ma non mancano elzeviri, resoconti e collaborazioni. I Sonetti, del 1904, raccolgono le sue opere sparse dal 1881.
È anche un grande camminatore (e i resoconti di queste esperienze finiscono ugualmente nei taccuini e nelle sue collaborazioni giornalistiche) e poi recita in teatro.
dedica autografa a D. De Roberto
Già prima della grande guerra, attorno al 1911, l’insorgente sordità, una sua nativa inclinazione alla solitudine e probabilmente la crescente consapevolezza di essere ormai uomo di un’altra epoca, definitivamente tramontata, portano Pascarella a sottrarsi del tutto alla mondanità letteraria romana, nonostante le sollecitazioni di amici e ammiratori. Lavora a Storia nostra, poema che non accetterà mai di pubblicare neppure per saggi e resterà incompiuto, e di cui usciranno postumi, nel 1941, 267 sonetti dei 350 previsti. Continua le sue lunghe passeggiate per la campagna romana. Studia l’inglese per poter leggere in originale Stevenson e Conrad. Si appassiona al volo. Non perde i contatti con gli amici, anche se gli scambi consistono ormai in foglietti sui quali il suo interlocutore scrive domande o osservazioni: il poeta risponde con ampiezza, se la domanda gli piace – o ripiega il foglietto stretto stretto e passa ad altro.
Nel 1930 è nominato accademico d’Italia, e nonostante la sordità e la misantropia crescente, partecipa con costanza alle riunioni alla Farnesina.
Muore a Roma l’8 maggio 1940, in solitudine ed è sepolto presso il Cimitero del Verano. Il suo scanno all’Accademia d’Italia viene attribuito ad Ada Negri, prima donna ad entrarvi. Le sue carte, la biblioteca (stampati antichi e moderni), fotografie, quadri e disegni furono acquistati, con i diritti d’autore connessi, dalla Reale Accademia d’Italia (oggi Accademia Nazionale dei Lincei) nel 1940. Il fondo è interamente ordinato.