È questo un libro che nella impeccabile compostezza della scrittura, nell’equilibrio della lingua e della forma, senza ricorso alcuno a effetti speciali o sottolineature enfatiche, riesce a coinvolgerci anche emotivamente. Emilia Barbato osserva il vento che passa tra le foglie creando una musica e una serie fittissima, a tratti misteriosa di corrispondenze interne a un mondo, quello di cui ci parla, con tanta sensibile delicatezza. Una poesia, la sua, dove entrano oggetti minimi (la camicia, il piumone, la tovaglia, “le povere cose: l’inizio / di una sedia, qualche foglio, / un quarzo rosa, / due miserabili candele,”) e figure della realtà quotidiana, ma anche del mito e della poesia o del cinema. Appare, ma quasi tenuto in ombra, un personaggio, in un habitat urbano di cui Emilia Barbato accenna svariate presenze. Appare l’amore, ma sempre in una estrema discrezione di pronuncia che è anche segno di una viva capacità di controllo morale delle sensazioni e delle emozioni, le quali, peraltro, si avvertono screziare, trascorrendo intense, il tessuto dell’esserci reale e naturalmente poi del verso. Appunto come quel vento che “passa veloce / nelle stanze dimenticandole”, ma che, non di meno, “porta un nome di cielo”.

Ma poi compare anche la freddezza della pietra, in una sorta di imprevisto raggelarsi, mentre le figure accentuano il loro carattere enigmatico, talora sinistro, fino alla “farina dell’abbandono”, fino all’ascolto del silenzio che pervade, che raggiunge “infinite lontananze”. Si intravede, nel complesso di questo libro felicemente compatto, l’articolarsi di una vicenda, ma nei suoi dettagli residuali catturati e incisi dalla e nella memoria. E il valore di questa lirica è anche nel misurarsi con l’esperienza in modo non univoco. Se la pietra è allora gelida e dura, Emilia ci parla pure della “pazienza della pietra”, se considera “un edificio religioso questo corpo”, sa anche vederne l’effimera e insieme mirabile consistenza, con l’infinita pietà di chi ha compreso che sempre, noi, “chiediamo assoluzione”. E allora ci dice: “Io sono la polvere, / il nonnulla che si lascia /andare, la parte trascurabile, / la figura malinconica / di un mozzicone sulla strada”.

Maurizio Cucchi


Danzi e chiami corda 
la rotazione nei passi,
musica di foglie, l’universo
dove oscilliamo. Il paradiso,
aggiungo, è in questi giardini una pulsazione 
il battito di un astro.
Trattieni il respiro e il vento,
le stelle possono cantare
questa notte.