La rubrica “giunti in redazione” riprende il suo ciclo di letture dopo un lungo periodo di pausa.
Oggi vi proponiamo la silloge di una giovane poetessa nata a Locorotondo nel 1991. “Nulla sanno le parole” è la prima opera di Daniela Gentile. Come suggerisce la quarta di copertina a cura dell’editore Antonio Lillo: “Raccolta di brevi suite in prosa poetica, una sorta di epistolario sulla distanza, una serie di lettere indirizzate a un qualcuno talmente lontano da essere impalpabile, dove le umane corrispondenze sono già indirizzate all’addio. Opera dall’estrema eleganza formale, incentrata sulla precarietà dei rapporti umani, questa di Daniela Gentile è anche un atto di fede verso la poesia, nella sua capacità di essere da una parte chiave di lettura del dolore, con toni talvolta stupiti, più spesso rassegnati, dall’altra lenitiva al senso di vuoto provocato da tale distanza attraverso la continua ricerca di una bellezza ideale”. Abbiamo considerato “l’estrema eleganza” di cui parla Antonio Lillo come prova dell’eccezionale maturità di linguaggio che questi testi propongono. Sebbene il tema della disillusione produca spesso nel linguaggio una sorta di latente potenza lessicale, i testi di Daniela Gentile atterrano sul luogo compromesso con un tatto che è caratteristico di una parola “fondata”. Per paradosso il filologico che tiene è quello che definiremmo una metafisica dell’incertezza; la formula è sospesa senza che un vero interrogativo sia mai stato palesato: “Formule e funzioni matematiche non dicono ancora per noi quale sia la giusta direzione dell’esperienza,a quale latitudine sia possibile collocare il passato, su quale pianeta il futuro. E ancora: “Ma nulla sono le eccezioni alla consuetudine in confronto ai cambiamenti silenziosi che covano per giorni con i passi, dentro il cuore: pezzi di dolore, di sfiducia e di pensato innamoramento si perdono via via con la stessa indolenza, lo stesso sforzo involontario di girare il caffè, passare una mano tra i capelli, chiudersi la porta alle spalle.”

FOGLIO ILLUSTRATIVO

Che alcune cose restino più di altre, è la naturale conseguenza dell’essere ancora, essere qui – mi consolo dicendoti al telefono –, mentre il sole assiste da solo alla congiunzione perfetta di quattro pianeti.
Ho fretta. Si fa mattina. E non sopporti le mie solitudini.

MIND THE GAP

Inconfutabile, ti imbecco, sarebbe stato il muto accordo della pelle nell’odore asciutto di un tramonto di luglio.
(Perché le storie che si raccontano tra i libri tacciono il colore dei fiori sui bordi dei mancati accorgimenti del cuore e tu mi credi – mi credi? – se dico ancora di sentirli i gelsomini nel vento).
Non posi mai le mani sulle tue spalle, mai si sfiora il rischio di una imprecisione.
Il tavolo mancava di equilibrio ogni tanto, lui solo.
Ma l’alterità è manchevole di un passo, non ostante noi.

GRAVITAZIONALE

Basta così poco per superare le stelle, la loro fissità.
Siamo pianeti con anni luce alle spalle, nel buio, che raccolgono carezze non date, polvere interstellare, qualche cometa.
Ma gli universi sono tanti, mi imbecchi, e fin troppo il buio per poterti telefonare, parlare ad occhi aperti, usare dello zucchero nel caffè.
Non avrà tempo il tempo di scorrere equamente per noi due. Sempre, sempre ti ripetevo.
Poco, forse niente, si cura con il vuoto, dopo il Big Bang.