La materia dell’invisibile è in quel battito obliato che ci sostiene e nelle accensioni della memoria, i contatti divengono fervidi per coloro che vengono convocati dalla nostra anima. Il corpo della poesia è da sempre una ferita aperta che si cautela, mostrando la parte dolorosa e contradditoria dell’essere: poeti come Paul Celan erano ombre in costante fuga, anche attualmente testimoni profughi, sono assenti al mondo, poiché non vi è nessun media che li ascolti e la loro parola si trova nella lingua sola del loro dolore chiuso e concluso.
Margherita Rimi propone invece nei suoi versi un attraversamento caldo dell’assenza perché la mancanza è mancata ed il corso del lutto è quello dello “specchio” che rende la parvenza di nessuno di fronte a se stessi ed al mondo. Allora la cura è l’ascolto senza riparo, per cominciare un viaggio nuovo. I riflessi scomparsi sono ora gli indovini per meglio comprendere i distacchi anche del “corpo nel corpo”, nicchia e culla che copre. “La cura degli assenti” è anche l’approdo di una carezza dopo che i suoi versi incisi su stampigli di azioni dirette lasciano concentrazione più mite al lettore che si compone nella distanza proposta ed affrontata dall’autrice con i movimenti dell’io poetico: “Il grafico bendato delle mie ginocchia”, quello che scrive e si contiene nella consapevolezza di qualcosa che è passato e che passa. Ininterrotto come la vita nella morte. La morte nella vita.

Alberto Mori, ottobre 2008