«È senza premura che avvio il getto della doccia, / passo il pettine tra i capelli e dove c’è il nodo / tiro giù forte, stringo i sandali alle caviglie / fino all’ultimo buco: perché non c’è una cura / alla pelle che preme contro la plastica, riceve l’acqua / e le cose e ci si impiglia. Mi sconvolge la geometria con cui / mi infilo tra la sedia e il tavolo, tra il materasso / e il lenzuolo, tra una persona e / una persona in fila alla cassa – la prepotenza / con cui occupa lo spazio nel mondo il mio corpo».

Francesca Santucci (1991) è redattrice delle riviste online «formavera» e «Atelier».  Finalista al Premio Campiello Giovani e al Premio Chiara Giovani per la narrativa breve. Ha curato: Difesa berlinese (Sossella 2018), raccolta di opere in prosa e scritti inediti di Carlo Bordini; e il volume di saggi Sulla famiglia Bertolucci. Scritti per Attilio, Bernardo, Giuseppe (Ensemble 2018). Suoi interventi o testi sono usciti su «Semicerchio», «Per leggere», «Sette»; e online su «Le parole e le cose», «404: file not found», «Poetarum silva», «formavera».

Questa che parla

Facciamo esperienza delle cose con distrazione:
quando mi ha punto l’ape sul pollice e ho creduto
che quel dolore me lo avesse messo nella mano il vento e mio cugino
ride molto forte e dopo cade dagli scogli (quando vedo un’ape
non ricordo nessun male: sento quella risata, vedo quella caduta, gli scogli
e una bottiglietta di plastica accartocciata – il tappo è arancione).

Mentre cammino urto un turista e lui perde gli occhiali, gli dico mi dispiace, mi risponde con alcune
parole che non conosco, una lente si è spaccata e lui prende un pezzo e me lo mostra tra pollice e
indice: guardo il suo occhio più grande dietro il vetro
gli appare nitida la faccia di una sconosciuta
che gli sorride un po’ imbarazzata. Fa per andare
e lei gli dice mi dispiace, mi dispiace,
mi dispiace e altre parole che lui non conosce.

È lontano già tre metri,
i suoi piedi sono molto grandi,
non c’è niente di più importante che il suo peso sulla strada,
da bambino ha avuto due cani
e poi sono morti tutti e due.

Questa che parla sono io.

Cappotto verde

La scorsa mattina ho comprato un cappotto a metà prezzo
e di un verde smeraldo.
Sono molto in ritardo, cammino per via Camollia
la chiesa sulla strada e il portone si schiude
ed escono le persone di nero, poi i fiori
e la bara e chi piange sta dietro e tutti insieme
riempiono lo spazio. Quando passo tra loro li tocco
con le mani – la campana suona, il mio cappotto verde
in mezzo ai loro capi scuri: entro in questa cellula
di affetti terribili, la attraverso, esco fuori.

Una signora ci ha osservati dall’alto,
e dopo si è ritratta – dove prima c’era il suo viso
è comparso un soffitto e il lampadario.