Francesca Ippoliti

su “La linea del davanzale

«La linea del davanzale / è l’unica cosa rimasta del mondo» afferma l’autrice nel componimento d’esordio, con un sottinteso simbolico che trova ragione nello svolgersi della silloge, quando corrisponde alla «linea del corpo» piuttosto che suggerire le «cose da fare se la stanza diventasse un cerchio: // a piccoli passi regolari camminarci dentro / diventare vuoto meccanismo o una bolla grande, inutile e perfetta / dirigere l’orchestra delle voci / rotolare lungo la linea, rinunciare a salvarsi».

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Francesca Santucci

su “La casa e fuori”:

La misura del verso la sua libertà di forma la grazia e la contemporanea forza con le quali vengono affrontate le narrazioni corrispondono in questa silloge a una maturità di scrittura che situa l’autrice oltre la propria età biologica; si osserva una padronanza linguistica e un’osservazione delle “minute cose” che assumono con un verso di Corrado Guerrazzi una sorta di solennità del poco come qui:

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Fabio Prestifilippo

su “Abitare la traccia”:

L’attualità pressante, incalzante di Abitare la traccia sta nel gioco tra “ossessione del luogo metafisico” l’Altro, gli Altri (il Padre, i Padri) e una sorta di teoria della migrazione emotiva, del disconoscimento delle figure in cambio di un riappropriarsi del sé e del “se…”.

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Francesco Maria Tipaldi

su “Spin 11/10”:

Serpeggia da sempre nella poesia la diabolica luce dell’antipoesia, ovvero della tentazione di urtare, spiazzare, confondere il lettore fino al punto di creare nella sua mente un’irritazione, un disgusto che gli faccia chiedere a che punto le parole si giocano in ogni momento la loro ampia malafede in cambio di una raggiunta sublimazione.

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Francesco Tripaldi

su “Il machine learning e la notte stellata”:

Tripaldi è un giocoliere che lancia sulla carta e vi fa volteggiare sopra, uno dopo l’altro, anzi uno insieme all’altro, emozioni, immagini, geografie e registri linguistici attinti da dimensioni parallele e contesti spaiati. Il suo è un surrealismo con i piedi ben ancorati al cloud e che non a caso si nutre al contempo di macchine e cieli stellati. Nell’arco di uno stesso componimento si sorride, ci si stupisce, si riflette, ci si commuove, ci si compiace della familiarità con le situazioni portate in scena, ci si sente davvero figli del proprio tempo.

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