Versi spesso brevi e parola intensa, precisa, caratterizzano la poesia di Margherita Rimi. Parola netta e necessaria che fa pensare a un’ascendenza biblica di vecchio e nuovo testamento. “Sia il vostro parlare sì sì, no no, il più viene dal maligno” (Matteo, 5,37). Un rigore religioso (da: relegere) sembra dunque accogliere e serbare memoria e rispetto del verbo.Del resto, c’è forse poesia o prosa capace d’esprimere interamente il mondo, la sua complessità, il suo mistero?Sarebbe poi davvero questo il suo compito? Il mistero, la verità,la bellezza, piuttosto che da montagne di parole, da un soffio, da una spina di luce filtrata per miracolo da una fessura; o anche da un cuscino di silenzio posto tra il nulla e il fragore. Maurizio Cucchi parla di “una parola che arriva subito, che comunica con forza perché dice cose essenziali, nella sobria concisione estrema dei suoi modi.” Questo il senso della citazione che apre la raccolta: “Pensa come è falsala scrittura,/con quella sua prepotenza implacabile/fatta di parole definite, di verbi, di aggettivi/che imprigionano le cose […]/Ma le cose sono diffuse, […]/e per questo sono vive,/perché sono diffuse e senza contorni/e non si lasciano imprigionare dalle parole.(Antonio Tabucchi, Piccoli equivoci senza importanza). Così vanno intese la parola e la poesia della Nostra: bisogno di rispondenza dell’espressione alla verità interiore e storica.
Nei trenta testi della raccolta vi è un nucleo essenziale e recente e un altro, più esiguo, che proviene da precedenti pubblicazioni; in particolare, dal penultimo libro Per non inventarmi (Kepos, Castelvetrano-Palermo2002).
La poesia di Margherita Rimi si nutre dunque di (rispettoso) silenzio, di (ri-)equilibri tra pieno e vuoto.Parola, la sua, che affiora dalla superficie in apparenza calma eri composta della pagina; ci è dato solo intuirli i dolori e le tragedie, sottotraccia, nell’ordinaria combustione dei giorni, tra cumuli di cenere sparsi.

Ci domandiamo chi siano gli “assenti” di cui prendersi “cura”:le persone care che non sono più (come la madre dell’autrice,dedicataria della raccolta) o anche altri, o altro? I primi versi, che danno titolo alla raccolta, recitano: “Ci sono cose/che tardano a venire/come figli attesi/nella notte.” Ciò basti per propendere per l’accezione ampia della parola. Leggiamo,poi: “E’ la memoria delle mani calde/il vuoto degli assenti/le sere che non potevano aiutarci.” Ma “assenti” sono pure quei figli restati senza le madri, avulsi e assenti, perciò, dal naturale status di figli (“Ma i bambini sanno aspettare/senza le madri, le madri/tra il parapetto e il cielo/gambe su gambe su ruotespuntate”); da aggiungere, i bambini giudicati con “..un QI/inferiore alla norma/[…] traccia/mai segnata/sequela di ragionamento/ornamentale”.
Ma nel libro un’atmosfera di “assenza” pervade quasi tutte le poesie. Una sensazione di composta solitudine, di occasioni mancate e sospese,tra il rimpianto, il rammarico e l’assenza (“Finisco la sera/con le poche cose/che mancano/che mi accompagnano//Finisco di essere sola/con le poche parole/che arrivo a non dirti.” Si coglie, qui,un senso fatalistico dell’esistenza, esaltato a volte dalla presenza di deittici come “[Quello]/che non poteva essere”;”[Quello che poteva/essere dell’amore…/rimasto con gli occhi/chiusi sul mondo.”; “Non mi volevi/[quello]/che potevo essere.” Opportunità di vita, insomma, rimaste inespresse.
Il ricorrente impiego del versicolo si direbbe, qui, scelta coesa al tema e alla tensione interna di canto spezzato, di respiro rotto, interiormente, nel gocciolare di sillabe. L’affresco che Margherita Rimi ci offre è quello di un mondo sottotraccia; ma più che orografia emotiva,il basso continuo di un’interiorità provata dall’attrito quotidiano con la vita ed il dolore.

Giovanni Nuscis