(Recensione letta in occasione della manifestazione: “Poesia in via Atenea” Biblioteca Comunale di Agrigento 27-05-2010 )

Il mondo poetico di Margherita Rimi

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di Alfonso Gueli

 

* * *

Protagonista di questo incontro è la poesia.

Stasera (per usare l’incipit di Nuccio Mula in una bellissima relazione di qualche anno fa) “parleremo della parola, della sua natura evocatrice, del suo vivere accanto a noi, tra di noi, in noi”.

E ne parleremo attraverso i versi di Margherita Rimi.

Le sue poesie non sono semplici. Il suo mondo è un caleidoscopio senza colori. E’ un lungo, frammentario, racconto in bianco e nero che spesso, improvvisamente, come uno squarcio di luce nel cielo, si accende e abbaglia.

L’orizzonte è lontano, sfumato, quasi nascosto da una nebbia che non si sa da dove parte e non s’immagina fin dove possa arrivare.

Non torna più niente

Come ieri

Niente si compie come dovuto

e come dovuto scompare

Abituo parti di me stessa

a distaccazioni.

*

Braccia

che non sanno abbracciare

mani che non sanno trattenere

Un peregrinare stanco

che non so ascoltare

 

La mia presenza

sveglia

a non farsi

domandare

 

*

Le sere

hanno

una prigione

Specchi scapestrati

 

Niente ci salva

Nessuna parola

ci assomiglia.

*

Mettere un peso sopra l’altro

a non sostenere

i precipizi del volo

 

Nessuna rimonta

Nessuna perfezione

 

La vita

di ogni giorno

si accontenta

di restare.

Pretendere di capire (o peggio, di far capire) tutto e subito non è la maniera giusta di porsi di fronte ai libri di Margherita Rimi. Che vanno letti autonomamente, con calma, assaporandone il suono e il canto, ciascuno solo con la pagina scritta, con la parte più vera di se stesso e con la propria sensibilità.

Ecco, se riesci a penetrare nella ragnatela di un disegno apparentemente appena abbozzato, eppure già compiuto sin dal suo primo nascere nella mente e nell’anima, non hai scampo: ti ci ritrovi dentro.

 

Ma, attenzione: non immediatamente, occorre andare avanti, fermarsi, tornare indietro, fermarsi ancora a decifrare versi troncati e spazi vuoti …

Quello

che non poteva

essere

 

lasciato

solo

e di nessuno

Impensato

Sconsiderato.

*

 

Finisco la sera

con le poche cose

che mancano

che mi accompagnano

 

Finisco di essere sola

con le poche parole

che arrivo a non dirti.

Il lettore diventa partecipe “di un processo di scomposizione e di ricomposizione della propria identità” (scrive Marilena Renda nella prefazione a “Per non inventarmi”).

E’ un’identità che continua a sfuggire: a tratti si mostra e poi si sottrae.

Ti colpisce come una scudisciata, ti accarezza con la musicalità della parola.

Mi trovo

incerta

sulle mie

parole

Cadute a sacco

senza rimediare

neanche al poco

che potevo

dire.

 

Confronto-scontro con una realtà pesante, dura, insostenibile.

E al tempo stesso, desiderio di esistere, voglia di comunicare, bisogno di leggerezza.

Il tutto senza fermarsi alle mezze verità ed ai falsi pudori. Senza promettere un sorriso o un abbraccio consolatorio.

E’ come trovarsi di fronte alle tele di Kandinsky: se ne rimane affascinati prima ancora di ricomporne mentalmente i brandelli.

Dalla mia e

dalla tua parte

abbiamo il torto

di esserci trovati

nelle righe

 

Parole offese

violente manomesse

 

Dobbiamo scomparire

Cancellarci

per ogni evento

Abbiamo corso il rischio

di sole ricorrenze.

 

*

Non si muove

più niente

tutto è

in una foglia

già morta.

Mi distendo…

Mi prendo cura

di non inventarmi.

 

Nei versi di Margherita Rimi, la parola è frantumata, graffiata, sospesa in un limbo dove persino la fantasia si blocca, impaurita, dove i sogni si attorcigliano come serpenti e – invece di salvare – stritolano.

E allora l’inquietudine finisce per ferire, per uccidere silenziosamente, con tutto il proprio essere contratto, proteso verso l’altro che non c’è, in un mondo (come scrive Maurizio Cucchi nella prefazione a “La cura degli assenti”) in cui l’amore è il grande assente e l’abbraccio è un gesto mancato.

Ci sono cose

che tardano a venire

come figli attesi

nella notte

 

Che trovo ormai

di me

 

Meglio mettere qualcosa

in salvo

riprendere la cura

degli assenti

 

Coprirsi

del proprio corpo

alle gelate.

Assenza come sottrazione di ideali e di attese deluse, certo, ma anche assenza fisica, corporea, di persone che mancano, non ci sono e non ci saranno più.

“Bisognerebbe fare di un’aspettativa non realizzata una presenza” – sostiene l’autrice (che, non dimentichiamolo, è una neuropsichiatra). – “Ogni assenza è un lutto che si deve elaborare e rendere consapevole”.

E’ assenza – allora – che aspira a divenire presenza?

 

Di quelle cose che partivano con noi

di quei tre cerchi di rotaie e cielo

Di quello scorrere sugli occhi il passatempo

al sole che riempiva scarpe e vigne

 

E cosa su cosa si sarà fermato

nel bicchiere di vino di mio padre

Notti da passare a notti

e figli da sprecare di premura.

Con una costante ricerca espressiva e stilistica che non cede mai alla tentazione di strizzare l’occhio al lettore, attraverso l’essenzialità e la concisione, a volte servendosi dell’ironia e soprattutto dell’autoironia, Margherita si abbandona alle sue controllatissime emozioni, mostra cicatrici che si aggrovigliano,

coltiva un disincanto che non scivola nel pessimismo senza speranza.

Nel recensire l’opera di Margherita Rimi, Maria Gabriella Canfarelli usa parole come: scarnificazione del verso, parola spezzata e abbandonata sulla pagina, frammenti, schegge disperse, gioco per rimettere insieme frantumi, reinvenzione di sé e degli altri, alterità… E poi: sottrazione, negazione, azzeramento, senso d’estraneità e d’incompiutezza.

 

Il giro a vuoto

inconcludente

delle tue braccia

 

L’impossibile passaggio

delle tue labbra

tra i miei desideri

 

Non mi volevi

quello

che potevo essere.

 

*

Adesso mi accarezzano

le carezze mai fatte

mi guardano presenti

Mi abbraccio alle cose

che non rimangono

che non ingannano

 

Mi volevi

quello

che non potevo

essere.

 

*

 

Ecco:Non mi volevi / quello / che potevo essere

e poi

Mi volevi / quello / che non potevo / essere

 

 

L’incontro con l’altro – pur atteso, desiderato, sognato – troppo spesso annega in una quotidianità deludente, in cui ciascuno rimane avvinghiato soprattutto a se stesso, senza curarsi dell’identità dell’altro.

E allora le parole non bastano più.

E – come sussurra Margherita in una delle sue poesie più struggenti – Niente ci salva / nessuna parola ci assomiglia.

La parola. Margherita Rimi ha un grande rispetto (oltre che un immenso amore) per la parola.

Ne abbiamo parlato a lungo. Queste sono soltanto alcune delle frasi che ricordo di averle sentito pronunciare:

L’uomo è tanto più complesso di ciò che può esprimere attraverso le parole e i segni.

 

Troncare il verso, sì, per non correre il rischio di completarlo banalmente.

 

Giocare con le parole, anche, e lasciare spazi vuoti: per dare a ciascuno la possibilità di “inserirsi”.

 

La poesia induce alla verità, non alla mistificazione.

 

La parola è luogo di verità e di libertà.

 

Bisogna recuperare la parola alla bellezza, sottraendola alla retorica, alla volgarizzazione e alla banalizzazione.

 

Le parole, in sé, sono incolpevoli. E’ il modo di manipolarle e manometterle a renderle inadeguate, insopportabili e dannose.

 

La parola si deve pulire dalle incrostazioni stratificate per darle un senso nuovo.

* * *

Ecco la poesia posta alla fine del libro “La cura degli assenti”.

E’ l’unica scritta in dialetto ed è dedicata alla madre, un’assenza che nella vita di Margherita ha contato moltissimo.

Talìa, talìa

è l’ummira ca passa

e occhiu unn’arrisedi

 

Me matri facia tanti pinzera

cummigliava la notti e lu spaventu

 

E ora

abbissa stu mmurmuriarisi

di corpu

di fogli

a li spartenzi.

 

Io vorrei che le parole, i versi di Margherita Rimi scivolassero via dalle pagine dei libri e si insinuassero con leggerezza tra di noi, penetrando nelle nostre anime; che questo breve incontro fatto di parole che evocano immagini, sogni, solitudine, attese… ci accompagni oltre il tempo del nostro stare insieme … e che anche soltanto un verso, un flash, una poesia magari non ancora scritta… rimangano magicamente – perché complessa eppure magica è la poesia di Margherita – dentro di noi.

Alfonso Gueli