Mi trovo a Parigi e sono un fenomeno. Mi hanno pagato il biglietto, mi hanno dato un aiuto per le spese ed eccomi qui. Voi direte “E che cosa c’è di tanto fenomenale in questo?”. Dopotutto qualche brasiliano, in numero ben maggiore di quello che pensiamo, è già stato o andrà a Parigi. È vero, ma il mio caso è raro poiché sono l’unico che si lamenta di fare un viaggio in una città senza rivali, e scusate la brutta parola, imperdibile, e per di più senza spendere praticamente niente di quei pochi soldi che riesco a guadagnare scrivendo cose senza le quali il mondo rimarrebbe tale e quale. È vero, ma affronto i viaggi come una condanna, perché detesto viaggiare e ogni volta lo detesto di più. Vi spiego perché, nella speranza di trovare un po’ di comprensione.
Viaggiare costa fatica, prima di tutto. Non so fare le valigie, e non per mancanza d’impegno, Dio me ne è testimone. Per qualche ragione che sfugge alla mia comprensione, tutto quello che è stato messo nella valigia lasciando spazi vuoti dalla mia eroica consorte, nel momento del ritorno non centra più. Voi direte: “Ah, il furbacchione passa il tempo nei negozi, si riempie di pacchi e dopo non trova spazio nella valigia per mettere tutto”. Vi sbagliate di grosso, evito i negozi e, vi richiamo all’attenzione, io sono dell’epoca in cui andare a New York era un viaggio nel quale le signore eleganti usavano cappelli, non era cosa da tutti. Oggi, forse è più facile raggiungere New York che Barra da Tijuca nell’ora di punta. E a pensarci bene chi va a Barra non ha bisogno di andare a New York: c’è tutto là, addirittura in inglese, lingua poco parlata nella New York propriamente detta.
Ma quello che succede tra me e la valigia è un mistero. Puntualmente i vestiti raddoppiano, la roba e le medicine che tutti gli anziani, categoria in cui rientro perfettamente anch’io, portano con sé si trasformano in un mare di pacchi e bagagli, camice e cose simili assumono proporzioni gigantesche e vari problemi a questo collegati mi affliggono. Insomma, per confessarvi la pura verità, porto in tutti i miei viaggi all’estero un borsone in più. Lo metto vuoto nella valigia principale che strapiena diventa indispensabile al ritorno. Devo riconoscere che, in mio favore, depone il fatto che mi regalano sempre libri, con dediche che non ho il coraggio di buttare nel cestino; mi hanno regalato perfino, una volta che mi trovavo alla fiera di Arles, in Provenza, due salami – e non so se volessero dirmi qualche cosa di non troppo carino (…).

foto: Michael Marotzke-Paris, une journée ordinaire