È uscito un nuovo libro di Francesco Maria Tipaldi. E la mia nota potrebbe finire qui, anzi dovrebbe: consumata dall’annuncio stesso. Dei veri libri di poesia, infatti, non si può che fare l’annuncio, indicarne la nascita, come di una stella, di una creatura; ogni altra parola non può che aggiungersi stonata, inadeguata, incongrua: di troppo. La poesia di Tipaldi è di quelle che impongono il silenzio, la contemplazione, lo stupore: è imbarazzante, fa ridere, ci rende isterici, ci sganasciamo dalle risate. La sua opera partecipa di una triplice natura: la rara potenza che hanno i frammenti sapienziali strappati dalle sabbie del tempo, l’oscena e stupida intimità delle confessioni adolescenziali e nondimeno suona come se fosse caduta dal cielo in un meteorite e tradotta da una lingua aliena. La scrittura di Tipaldi sembra ricordarci che la poesia è questo: apparizione dell’incongruo, straniamento, una mondo verbale che ci riporta a sentire il mondo che è, esattamente così come non è: «La madre pettina in giardino | bambine | che non invecchieranno. || Una scimmia con lo stomaco gonfio | mastica un porro» (p. 60)…. continua su la balena bianca