Ogni approdo è una ferita/per quelli che non sono mai partiti/per quelli che di notte/asciugano i sogni/dentro cimiteri d’acqua

La ristampa di Clandestini – fortunata raccolta edita nel 2003 – partecipa, con numerosi altri segni e pubblicazioni, alla celebrazione di un dato ricorrente nell’esperienza LietoColle: la preconizzazione di eventi e fenomeni accaduti poi nello svolgersi del tempo, a volte con virate epocali rispetto alla storia e alla cronaca vissute fino a quel momento, con frequenti accodamenti da parte del resto delle truppe editoriali.

Se all’epoca della prima edizione i flussi migratori iniziavano a sollecitare l’interesse (e le paure) delle collettività occidentali (e, nello stesso momento, le scritture poetiche), è nel tempo presente che Clandestini torna – nella propria drammatica attualità – a interrogare le coscienze di ciascuno di noi rispetto alla vita e alle vite contemporanee. Ed è sorprendente osservare come i componimenti che si susseguono nell’antologia mantengano una freschezza interpretativa (purtroppo) mai tramontata.

Clandestini per il fenomeno migratorio, al pari di altri testi per altre intuizioni, sollecitano in LietoColle l’orgoglio di “essere sul pezzo” rispetto agli accadimenti, a volte nella condizione anticipatoria che attribuisce alla poesia la responsabilità di divenire – proprio malgrado – profezia.

La goccia pronta per il mappamondo
e per i più sconosciuti
nomi di ventura
ha raggiunto finalmente una scorciatoia
a colpi di lima
ha appoggiato il bicchiere
su un solo dito, fratello
della prima volta. Tutto
il campo, con le
sue biciclette sepolte, sguizza
parole di ventriloquo:
metà alla vittoria, metà
all’erba in trappola.

In noi giungerà l’universo,
quel silenzio frontale dove eravamo
già stati.

Milo De Angelis

Abbiamo assistito e continuiamo a vedere delle vere mattanze di uomini che vagano nell’etere cosmico, uomini in fuga da qualcosa, altri in cerca di un luogo interiore, quelli che cercano un approdo e quelli che non sono mai arrivati. A tutte queste voci sommerse questa Antologia di versi ha dato voce e ascolto, a tutti quei desideri incompiuti che costituiscono l’anima del mondo e ci aiutano a sopravvivere tra i fili della memoria. Questi versi hanno il pregio di approdare alle nostre spiagge interiori come zattere d’inchiostro che ci portano la memoria dell’invisibile come mappe del desiderio di cui l’uomo si circonda per sopravvivere alla propria disperazione.

Accompagnati da questi versi bellissimi, ci accorgiamo che il “clandestino” in realtà è ognuno di noi alle prese con le proprie contraddizioni, diversità, in breve con il proprio destino e la propria rete di relazione con gli altri e con il mondo. Interessante constatare, inoltre, come il tema stesso della “diversità” abbia voluto in questa Antologia esibirsi al lettore, per una sorta di fortuita ed imprevedibile alchimia, proprio attraverso la somma degli Autori: Antonella Anedda, Roberto Carifi, Alberto Casiraghy, Milo De Angelis, Gianni D’Elia, Vivian Lamarque, Franco Loi, Roberto Roversi… e molti altri, i quali edificano, separati e insieme, una visione complessiva del “caso clandestini” di straordinaria varietà. Tutti uniti, questi poeti dello sradicamento, dal denominatore comune di una civile indignazione che non può esprimersi con garbo professionale: non può perché sgorga prepotente, da sé, in versi pervasi dal bisogno manifesto di solidarizzare e dalla consapevolezza velata (ma neppure troppo) d’essere, gli Autori stessi, frammenti di una colpa collettiva.

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo – al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
– promessa.

Antonella Anedda