La poesia di Fabio Prestifilippo è poesia della frattura, una poesia che constata la ferita per esporla a nuovo sale, nella consapevolezza che è forse medicabile, ma inguaribile: “fragile fede che cerca / nella rovina il suo senso” o ancora “la luce picchiata / sul buio dei corridoi”. In “Abitare la traccia” assistiamo, per dichiarazione programmatica dello stesso autore nella poesia d’avvio, alla rappresentazione di un simbolico parricidio (“ho amato mio padre / come si ama un telefono abbandonato”), esposto in scene successive, per frammenti che vanno a costruire un non-romanzo in versi, dove viene meno qualunque strutturazione di tipo diacronico o nessi di causa-effetto fra le parti, ma tutto vive all’insegna della polverizzazione, come se si stessero raccogliendo detriti di una storia che non è possibile ricomporre. Chiara è la consapevolezza di voler essere testimoni crudi degli accadimenti, senza edulcorazioni o speculazioni astratte, perché in questa scrittura è insito il dettato del “tradimento”, della complicità impossibile fra realtà e parola: insomma questa poesia “non vi chiederà perdono”.

 La poesia di Prestifilippo, in effetti, non fa sconti a nessuno, non teme la nettezza della pronuncia anche a rischio di risultare respingente: vuole dare, per citare Rondoni, “il colpo secco”, perché in questo risiede la ragione del suo nascere (si veda ad esempio questo anti-ritratto: “quando dicono il padre di mio padre / sento salire alla gola una gora di sangue / sento il fantasma cattivo della mia infanzia / strapparmi l’anima dal petto”). È un viaggio attraverso la memoria, soprattutto nella sfera dell’infanzia, svestita di qualunque connotato idillico o elegiaco, per poterne sondare il fondo, puntare alla zona in ombra, l’”orizzonte grigio e duro” di quel “mare chiarissimo”. E il pregio di questa poesia è di incidere la vena di un sentire comune, pur inerendo a evidentissimi riferimenti biografici, che, venendo spietatamente contestualizzati e circoscritti, è come se venissero recisi dal loro oggetto, resi materia condivisibile e quindi poetabile, offerta all’altro “del nostro umano / disabitare”. Eppure questo dono è precario, fragilissimo nella parola che lo sostiene: più volte ricorre ad esempio, a supporto del significato che si vuole esprimere, la metafora della luce che non è mai del tutto rassicurante, anzi si pone in modo problematico, sfuggente, come se lo spiraglio che si vuole individuare sia in realtà evanescente (“e giunti al dunque della luce / il nulla” e ancora “che cosa inutile / sono le parole”).

È il senso della ricerca interiore che fa da sprone, che sostiene la dizione prosodica, con una scelta stilistica in cui la punteggiatura si riduce all’osso o è totalmente assente, la misura delle composizioni breve o brevissima, c’è alternanza di versi brevi talora con altri più ampi, in un saliscendi molto personale, il tutto con una scelta ritmica che è guidata solo dalla modulazione del respiro dell’autore, “il filo di sudore che splende / sulla fronte spezzata”. Nessuna gabbia metrica tradizionale infatti potrebbe contenerlo, anzi rischierebbe di falsificarlo, per una poesia animata da una reticenza che, di converso, si carica di significato e di appigli che il lettore attento saprà cogliere. Scrive Prestifilippo:

abiterò per te la traccia
ma sarà nel luogo dei vivi
e dei morti
che dovrò cercarti
se tua è la parola
che scrive nel vuoto
la fine del lutto

 È su questo crinale, strettissimo e a capofitto sul precipizio, che si muove la parola poetica di questo autore, che non vuole essere oscura o sensazionalistica, ma deve comunque ricorrere a una sua catena metonimica precisa, per ancorare il senso all’immagine, alla necessità del suo trasporsi sul foglio, “luogo per sempre muto / da cui tentavi il tuo fragile / disperato e bellissimo nome”. La figura metonimica del corpo in particolare compare con significativa costanza, soprattutto nella seconda parte del libro: è una rappresentazione traumatica del nostro farsi carne, vene, sangue (definito “onnivoro”), disseminarci nel mondo (vedi anche l’altra parola chiave “seme”), nella coscienza di una precarietà biologica alla quale non è possibile sottrarsi, una resa dei conti nella quale “non c’è un seme di pietà che regga” “e la pietà è una pietra”. È una poesia che cerca insomma di liberare (e liberarsi) da un disagio profondo, mai esplicitamente dichiarato, ma di per sé evidente, scontornarsi dalla “cosa che secca e si accartoccia”, pur consci che si ha a che fare con un “io di cartapesta”: occorre trovare il punto “laddove la giuntura è più debole”, una riedizione dell’“anello che non tiene” di montaliana memoria, perché si spera, come nella efficace chiusa al libro, “l’anima, ti prego, / che scappi”.

Concludendo, se ne esce con l’idea di una scrittura matura, legata geneticamente a molta poesia contemporanea a cui la accomuna il respiro poematico, la s-composizione per frammenti, l’essenzialità, certe chiavi metonimiche, ma la differenzia e la fa personale una certa “crudezza” espressiva, focalizzata sul messaggio poetico e mai ostentata, certo frutto di un vissuto forte e autentico, senza il quale la riuscita, peraltro ottima, di questi versi non sarebbe possibile.

da “Abitare la traccia”

si comincia da qui
ma di tutte le storie sommerse
nel guano della memoria
questa è di gran lunga
la più infame

la voce cercata di bocca in bocca
la smorfia del vuoto
l’umidità verde che parla
la lingua delle pareti
la luce picchiata
sul buio dei corridoi

*

quando dicono il padre di mio padre
sento salire alla gola una gora di sangue
sento il fantasma cattivo della mia infanzia
strapparmi l’anima dal petto

mio nonno
vede misteriose sagome
muoversi nel silenzio
dove è molto
se nella nebulosa degli addii
distingue ancora un mio saluto

*

non una volontà nello stare

ma sentire
accumularsi nel costato
il desiderio di una voce,
dal vicolo delle vene salire
il pungolo della corrente
raschiare la duramadre illuminata
dentro il tic degli occhi
e giunti al dunque della luce
il nulla
non un coprifuoco inatteso
nel buio di sempre

 

Fabrizio Bregoli

Fabrizio Bregoli, nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni. Ha pubblicato “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015), “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018). Sue opere sono incluse in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) di Tomaso Kemeny e in “iPoet Lunario in Versi 2018” (Lietocolle, 2018), sulle riviste “Il Segnale”, “Atelier”, “Alla Bottega”, “Le voci della Luna”, in numerose altre antologie, sui principali blog di poesia. Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per le edizioni Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (2019). Ha conseguito numerosi riconoscimenti per la poesia inedita, fra i quali gli sono stati assegnati i Premi San Domenichino, Daniela Cairoli, Giovanni Descalzo, Luciano Nicolis, Piemonte Letteratura, Terre di Liguria, Il Giardino di Babuk, il Premio “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano, il Premio della Stampa al Città di Acqui Terme e più volte è stato segnalato e finalista ai premi Guido Gozzano e Lorenzo Montano. Per la poesia edita gli sono stati assegnati, fra gli altri, i Premi Guido Gozzano e Rodolfo Valentino. La Fondazione Italian Poetry ha recentemente approvato all’unanimità la sua inclusione fra i poeti segnalati e censiti sul sito della Fondazione.