fonte: http://www.cittadelmonte.it

Il sigillo di Kate Clanchy (1965), poetessa e scrittrice scozzese, che è Creative Writing Fellow of Oxford Brookes University e insegna Scrittura Creativa alla Arvon Foundation, è l’incontro.

Grazie alla cura e alla traduzione di Giorgia Sensi, è stata pubblicata, presso la prestigiosa Lietocolle, una scelta di testi, La testa di Shakila[1], con la postfazione di Franco Buffoni, che unisce le sue tre raccolte poetiche, Slattern (1995 / 2001), Samarkand (1999), Newborn (2004), che ci restituisce

«una poesia fresca, audace, immediata. Accessibile. Ma anche profonda, intensa, ricca di forti emozioni, di sensualità e di metafore inaspettate, di originalissime immagini. Di grande abilità formale e di forte musicalità. Una poesia che usa tutta la ricchezza e la pienezza della lingua quotidiana, nel solco della tradizione poetica inglese. Uno dei suoi poeti di riferimento è Carol Ann Duffy, la cui poesia Clanchy ammira profondamente e di cui riconosce l’influenza, con le sue storie così piene di energia e forza vitale. Un altro debito che Clanchy non esita a riconoscere è quello nei confronti di Philip Larkin: «Appartengo chiaramente alla scuola di Larkin, soprattutto per quanto riguarda le mieprime due raccolte. Amo i suoi paesaggi urbani. Amo il fatto che scriveva di gente comune, ma soprattutto amo il suono della sua poesia e il suo uso della forma…».[2]

Il tempio della bellezza di Carol Ann Duffy e gli spazi oscuri Philip Larkin rappresentano, dunque, la cifra e il segno, potremmo dire, di un paesaggio intenso e vitale che incontra la realtà, la decifra, si espone ad un congresso di immagini e a fondi e suoni tenui, immagini salpate e profumi fragili, piogge immaginarie come amori e solchi («Ogni volta, corro a premere il tuo viso / contro il mio, il mio, lucido di pioggia immaginaria») e perdite di nozze come lampi di pelle nuda:

«Questo è solo per dirti: / che il solco più spesso nel cavo della mia mano / ha l’odore di un vecchio banco di scuola, / i nomi incisi a fondo, levigati dal sudore; / che sotto lo spray del mio costoso profumo / le mie ascelle suonano una forte nota di basso / come il rimbombo di un palmo su un timpano; / che la vampata umida della mia paura è pungente / come il sapore di un tubo di ferro, in pieno inverno, / sulla lingua calda di un bambino; e che a volte, / nella brezza, la peluria sulla mia nuca,  / proprio dove tu potresti chinare / la testa, potresti esitare e sfiorarla con le labbra, / emana un profumo fragile e netto come una flotta / di piccole navi di origami che sta per salpare».

Le tenuità e le complessità dell’umano si consegnano così a una dimensione privilegiata dell’essere, guardata nella loro finitudine di vita e sogno, come un atto librato. La sua poesia racconta di un mondo da scoprire, fertile e propulsivo:

«Odorano di bucato quelli che mi piacciono / –Ma di bucati fatti da altre – / Sanno di mela e legno nuovo duro, / Portano il colletto floscio, slacciato. / E’il genere sportivo d’ossa solide il mio, / Atleti d’aria aperta e pelle fresca / Che protendono il tronco per sentirci meglio, / Un po’arruffati, con scarso sense of humour, / Non colgono i giochi di parole / Ma hanno i soldi le case le automobili / Coi bambini dentro, / E posseggono e amano la terra. / Lì si sentono a casa e a loro agio / Non sanno d’essere stati partoriti / Né come sia difficile far nascere / Perché colgono la vita / Come venuta giù dritta dal cielo, / Una palla da cricket presa bene / Che ti riempie la mano. / Li manderei tutti per mare, là dove / Tra onde abbaglianti di luce intravedono / La mia striscia di terra nera e ridono». (Uomini, traduzione di Franco Buffoni)

Il dettaglio di Kate Clanchy sorveglia il gesto come possibilità, guarda al destino come rinvenimento, sia che affermi una impronta d’amore notturno,

«e vidi il buio premere le tende, / ammassarsi là come nubi cariche, e sentii / le tue dita aprirsi nel sonno sulla mia spalla, / posarsi come la prima neve che copre il terreno, / e il tremolio di un sogno attraversarti le palpebre, / rapido come il guizzo di foglie secche nel vento, / e il tuo sonno farsi lentamente più profondo, raccolto, / riempire la stanza, calmo come i grandi soffici fiocchi / che volano e si posano, senza peso, l’uno sull’altro, / e il tuo braccio allentarsi intorno a me, d’un tratto, […] / proprio come si sposterebbe un cumulo di neve, e tutta notte / le tue dita mi sfiorarono la pelle, cambiando gradualmente / tutto, come il bianco uniforme che vedemmo / la mattina, il prato in attesa come una pagina vuota».

E sia che affermi il destino di un singolo, come quello di Robert ad Acapulco, o sia che diventi il ritratto ribelle e energico di un ragazzo che scrive rune col latte sui libri della biblioteca.

Esso, inoltre, rinviene «il margine dove la luce filtra / da sotto lo spesso vetro ricurvo che tutti ci contiene», tenta di recuperare i propri frammenti desideranti in cammino (come si evince in quel testo-manifesto che è Slattern (Sciattona), oppure guarda all’immensità della Patagonia, come ultimità di orizzonte tondo come una moneta.

Una meta ultima, una pienezza che ricopre percezioni e sensazioni in un unico affresco cangiante:

«Pensavo / a noi in un freddo mozzafiato, davanti / a un orizzonte tondo come una moneta, avvolti / nell’intreccio del ripiglino che i gabbiani giocano / dal mare fino al sole. Pensavo di aspettare / finché le onde non si fossero addormentate / dalla noia, finché gli ultimi cirripedi ancora aggrappati, / preoccupati dal silenzio, non si fossero / allontanati ai remi di piccole piroghe, finché / quegli uccelli inquieti, le tue mani d’attore, / non ti fossero caduti esausti in grembo, / finché, finalmente, non ti fossi rivolto a me. / Quando dissi Patagonia, volevo dire / cieli vuoti di un blu che fa male. Volevo dire / anni. Li volevo tutti con te».

La poesia, dunque, non indica soltanto il racconto dell’esistenza, non si inerpica lungo le infinite coltri della quotidianità attraverso un versificare nitido o radicale di un tempo nel tempo, in cui le immagini sdoppiano, moltiplicano, proiettano e accostano significati e accedono ai significati (come la bellissima Gabbiano che unisce volo, limite e bellezza diurna), ma soprattutto esprime la vertigine della creaturalità, la sua sospensione e il vertice proteso e oscuro dello sguardo, teso all’oltre: «Potresti rimanere fino ad avere gli abiti ridotti / a vele fradice ed entrambe le scarpe spaccate e arricciate / come fiori, i capelli appiccicati alla testa come alghe, / finché le sopracciglia non colano limpide stalattiti / a colmare le pozze nei tuoi occhi, ma il cuore / continuerebbe a pompare lo stesso torbido sangue».

Il suo viaggio, dapprima dell’umano e poi nell’umano, si muove come apice di miglia scrollate, ama la compiutezza dei lamponi, che diventano l’insondabile bellezza di un gesto d’amore e la frenesia di dita intrecciate:

«Come non ricordiamo il caldo, dimentichiamo / il sudore e il modo di portare una camicia / impalpabile sulla pelle irritata, come perdiamo / il sapore dei lamponi, ogni inverno; ma / riconosciamo subito, al puntuale arrivo di luglio, la vena / che brucia nella tenda, e da quella luce / –il blocco di sole sulle lenzuola calde stropicciate – / il mondo in fiamme in cui ci inoltreremo, / è stato così, il tuo tocco. Non il resto, / non come ce ne andammo, l’ubriacatura, solo / il tuo gesto semi soffocato, goffo, spaventato, / la mia mano tesa, le nostre dita, intrecciate, / –come il primo abbacinato ritrarsi dal caldo / o tra i denti, i semini, un sapore di metallo».

È confine, tensione all’Altro, crepitio di immagini familiari e spoliazione di interni, storia, guerra e silenzio che dicono il vivente, mappano le stelle come passaggi, ne percepiscono la potenza e la fragilità, come una lettura da uno scrittoio («e che mi passi le dita fra i capelli, / sfilando dalla massa ribelle ciocche / sottili come segnalibri di seta scarlatta, / e mi accarezzi le guance come se lisciassi / veline tra rigide illustrazioni, / e mi tiri verso di te / per leggermi solo negli occhi, vedrai, / argentato e monocromo, te stesso, / seduto al tuo scrittoio, prendere giù un libro, / cercare questi versi, e allora, amore, / non saprai chi di noi due legge / ora, chi scrive, e chi è scritto»).

O come ricordo di itinerari che si rivelano («Era come camminare nella nebbia, nella nebbia e nel fango,/ ti ricordi, amore? Seguimmo, / per una volta, il sentiero turistico, serrati nella foschia, / consapevoli solo dei piedi e del respiro, / e sulla cima, ci sedemmo mano nella mano, e lasciammo / che le vette scalate e le vette da scalare / si rivelassero e si velassero di nuovo / silenziose, secondo il vento dominante»):

«Era ottobre. Correvo a incontrare un uomo / con cui le cose non erano del tutto a posto, / né mai, infatti, lo sarebbero state, e mi fermai / a metà strada a osservare gli uccelli –rondini  lontane, a migliaia, dirette / in Africa, o verso il caldo, o a casa, non sapendo / quale ma certamente come. Muovendosi nel cielo di carta, / erano croci sui grafici della borsa di commercio, / erano sabbia in una padella scrollata da un lato, / e io le fissavo, come se cercassi l’oro».

L’incontro con le cose, quindi, diviene una trasfigurazione dell’esistente. I particolari messi a fuoco germinano in una lunga comprensione. È poesia e prosa del vivente, insieme, dove persino le crepe del tempo riportano fessure di grazia vivida e clessidre rovesciate:

«Ora abbiamo sigillato una stanza / con una mano di vernice, tolto il più / grosso di tra le assi, messo un materasso / sul pavimento in pendenza. I radiatori fanno tic. / Il soffitto si muove. Qualcosa sgocciola / dietro la luce, cade sul nostro lenzuolo, rada  / come la prima sabbia in una clessidra rovesciata».

Le vite disegnate da Kate Clanchy hanno la tenerezza e il respiro come orme luminose. Lottano con il dramma scuro della vita ma si abbeverano alla gioia della figurazione.

Un solo, piccolo dettaglio rappresenta il mondo intero che si apre, concede le sue linee nella sua fitta di luce («Per te, ogni sera, i dettagli di ogni giorno: / prendi dunque la luce che cadeva su Londra / stasera mentre ero / sul treno, un locale dal respiro regolare. / Dolce ma speciale, faceva / risaltare mattoni e foglie nuove, / dorava piccoli orti e lunghi giardini, / illuminava il retro di tettoie incatramate, / riempiva verande mal riuscite, / dalla forma agognata, speranzosa»), nella città sbilenca, nella numinosa ecografia, nella nascita di ogni cosa che respira e infine, nell’aurora degli occhi chiusi:

«Crepuscolo, e stai tornando a casa. / Immagino la dinamo della tua bici / tesa come una spoletta tra le strade / che imbrunano, a illuminare / casa nostra mentre ora, nella via, / si accendono le luci –l’oro / delle lampadine nelle piccole serre, lingotti / di un ingresso, di una camera da letto, di scale. / Viviamo qui ora, e sebbene, / altrove, una ragazza si appoggi / al finestrino del treno, un dito / attorcigliato allo zaino zeppo / di tutto ciò che lei possiede – / questo ci basta. Siamo / le luci, le luci, le luci / che i treni toccano nell’oscurità».

Tutta la poesia sembra evocare e richiamare una fertilità mai depauperata. Spesso si sfarina il tempo, avviene il dolore del buio, ma l’attenzione alla temporalità non sfugge, anzi, piuttosto incontra sempre la realtà, a volte la sfida, altre si lascia attraversare dalla sua potenza, per arrivare al suo cardine inviolabile che non possiede dissolvimento.

Come il racconto di Shakila, protagonista degli undici brani di questa antologia, assieme ad altre studentesse, testimone di una bellezza di scambio commovente. Arrivata ad Oxford a quattordici anni, rifugiata dalla persecuzione dei Talebani contro gli Hazara, al confine con il Pakistan e ora poetessa di grande capacità:

«La loro conversazione, ingenua e matura allo stesso tempo, gli scambi con la loro mentore e insegnante, la stessa Clanchy, la nostalgia di casa, la riflessione sulla religione, la paura della guerra, delle bombe, del terrorismo, il loro desiderio di trasferire tutto questo in poesia, di inserirlo in “a frame”, in una struttura poetica, viene reso brillantemente nei frammenti di dialogo di cui Kate Clanchy è maestra, e nelle riflessioni finali che è indotta a fare sul suo ruolo di insegnante di poesia creativa, sul ruolo della sua scuola multietnica e, infine, sulla testa di Shakila».[3]

In queste scene, che sembrano lettere in movimento, Kate Clanchy compie una traversata di vita e di sguardo. Non solo la creazione, la dinamica esperienziale, il miracolo della poesia ma soprattutto la vita vibrante che si dice, per raggiungere, come scrive Franco Buffoni, nella postfazione, «l’agape della propria donazione nei confronti degli studenti adolescenti, esercitato fino ad inserire nella sua opera di poeta celebrata una poesia scritta dalla sedicenne neo-immigrata Shakila[4]», e per diventare, infine, quotidiana epica trasparente.