Quando, nel 2006, Carla Saracino pubblicò I milioni di luoghi, e ancora di più quando, pochi anni dopo, diede alle stampe Il chiarore, mi sembrò di poter dire senza ombra di dubbio che una voce poetica pura, dolcissima nella sua tragicità, incisiva come poche sotto il manto di una eleganza fatta tutta di poche essenziali parole, ebbene, una, questa voce poetica, con tali caratteristiche così peculiari, era nata. E si era lentamente imposta con discrezione e cura, come la stessa persona di Carla impone nel suo darsi al mondo. E peculiare è l’epiteto sul quale vorrei soffermare l’attenzione. Ogni vera poesia è peculiare. Nei modi, nei tempi, nel ritmo, nella metrica, nella musica spirituale che essa dichiara a chi sa ascoltarla. Carla Saracino parla della fine del mondo, del nostro proprio mondo tutto individuale e individuato, quando parla della fine dell’amore. Parla della solitudine, mentre scrive della distanza tra gli esseri umani, della loro incomprensibilità consustanziale, che si traduce in abbandono e malvagio egoismo. Parla della sua terra natale, la sua adorata Puglia, mentre riferisce di periferie mentali e metafisiche oggettivate in quartieri grigi e spogli di una Milano che le ha dato tanto, eppure non sarà mai sua. E parla di un ritorno, di un ritorno a questa terra, che è un ritorno a noi stessi, alla nostra autenticità, alla nostra essenza di esseri umani nudi, pellegrini, viandanti sbandati su questa superficie che si è fatta di fiori e frutti globalizzati e digitalizzati piena di fantasie e felicità meramente consumistiche. Perché in ogni promessa di sventura non si perda la speranza di un rinvenimento delle proprie radici, passate e future, sempre possibile. E lo fa con poche scarne parole, quelle che servono, senza nulla di più, come la prima giovanissima Achmatova, ma in prospettiva anche come una poetessa nomade e gitana come Mariella Mehr, che a sua volta chiama in causa numi come Celan e Nelly Scachs, letture metabolizzate da una sapiente maestria costruttiva che la Saracino sapeva padroneggiare già a vent’anni. Il vento dell’eternità soffia in questa poesia. Ed è lecito aspettarsi frutti ancora più cogenti da una tale perizia letteraria. Verso quale giorno a venire? Ancora non lo sappiamo. Carla aspetta una sua sempiterna stagione, il luogo-tempo ancestrale nel quale accasarsi per poter finalmente rimuovere ogni pudicizia, così sensuale nelle sue prime prove, ed esprimere l’intero della sua gamma sentimentale ed emotiva. Forse un inverno, che le sarebbe consentaneo, ma ancora di più un’estate, una perenne estate della memoria, del sogno, dell’abbandono e dell’intuizione. Un’estate viva come è viva la poesia classica di ogni tempo e generazione, alla quale, mi sia consentito dire, questa poetessa appartiene di diritto dal suo primo verso scritto, pubblicato e goduto dai pochi veri amanti di questo genere, che non hanno mai fatto setta, né mostrato i muscoli, ma non si sono mai sbagliati nel ripercorrere le strade tortuose e inattuali con la quale l’evento poetico si manifesta, come un evento religioso, come una grazia che contamina tutti, senza distinzioni, in un afflato cosmico che sa parlare al cuore distante e crocifisso di ognuno di noi.

Stelvio Di Spigno

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Carla Saracino è nata a Maruggio, in Puglia, nel Marzo del 1980.
Sue poesie sono apparse su varie riviste tra cui: Nuovi Argomenti, L’immaginazione e sull’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2010).
Ha scritto “I milioni di luoghi” (Lietocolle, 2007) che ha vinto il Premio Saba opera prima, “La Sposa Barocca AA.VV. (Lietocolle, 2010) e due libri per bambini, “14 fiabe ai 4 venti” (Lupo, 2009), “Gli orologi del paese di Zaulù” (Lupo, 2012). Nel 2013 è uscito il libro di versi “Qualcosa di inabitato” scritto insieme a Stelvio Di Spigno (EDB Edizioni). Vive e insegna a Milano.