Di Pino Corbo, recensione apparsa su Il sarto di Ulm, novembre – dicembre 2019

Esiste la poesia al femminile? Ha un senso circoscriverla, delinearne i confini, i topoi, le peculiarità, le contraddizioni? Farne, insomma, una sorta di genere, di hortus conclusus? Assolutamente no, perché la poesia, quando è vera, travalica le barriere, i compartimenti stagni, le definizioni, le catalogazioni tout-court.

Ne è confortante dimostrazione l’antologia curata da Bonifacio Vincenzi, che ha scelto undici poetesse Millennial, nate alla fine degli anni ʹ90 e protagoniste dell’oggi poetico (l’ardua sentenza del domani deleghiamola, ovviamente, a futuri lettori): Ilaria Caffio, con la sua poetica della catarsi, “licenzia le ansie, setaccia il dolore”; Clery Celeste parla di sacralità delle parole, di grazia ispirativa, di silenzio e di paziente attesa; Damiana De Gennaro, la cui poesia si alimenta di stupore, inquietudine, sospensione, tenta di “sbriciolare il tempo in una breve successione di istanti che illuminano intere stagioni di smarrimento”; Gaia Ginevra Giorgi individua nella “memoria come rielaborazione del ricordo, sempre in chiave sensibile, spesso sinestetica”, un tema precipuo della sua scrittura; per Maria Girardi la chiave di lettura è quella della malinconia, “il punto di raccordo di tutte le emozioni, il perpetuarsi degli eventi, dei sussurri divenuti imperituri nella loro irraggiungibilità”; Naike Agata La Biunda, per la quale “scrivere poesie è l’ultimo atto d’amore e di dolore”, resta come in trance, ad ascoltare quella voce sconosciuta che solo infine, per mani e orecchie umili – a volte rassegnate – diviene testo”; Maddalena Lotter leopardianamente si affida alla filosofia, perché “dopo un po’, certa poesia dà noia, specialmente quella che tende a non parlare più della meraviglia (in senso filosofico) della vita, bensì delle ʹmeraviglie narcisisticheʹ dell’io”;
Giulia Martini si chiede se la poesia abbia un ruolo nella sua vita, concludendo che non deve per forza averlo, “come avesse bisogno di una giustificazione”. Se poi il ruolo ce l’ha, sarà un ruolo fluido: ora capire ora esorcizzare, avvicinarsi o allontanarsi da qualcosa o qualcuno; un divertimento, una terapia, un’agnizione”; per Chiara Alessandra Piscitelli montalianamente “la poesia è stata ed è nella esperienza, un modo di stare al mondo, un linguaggio che in quanto tale rivela dapprima il vero e poi l’irrivelabile”; per Jennifer Poli, che si definisce “una simbolista junghiana”, “la poesia ha il ruolo dell’epifania, ha il carattere della rivelazione spontanea”, oscillando “tra questi due poli: maschile e femminile, azione e contenimento, espressività e nascondimento, segno e silenzio”; Eleonora Rimolo, infine, riconosce nella gioia insolente “la vera, unica protagonista” nella sua idea di poesia: “una gioia crudele, autolesionista, ma anche una gioia rassegnata”.

Ecco, il catalogo è questo; se ne ricava un’idea di poesia di donne, ma non riduttivamente al femminile, uno sguardo a 360 gradi sul mondo, sulla fragilità e sulla forza delle passioni umane, patrimonio di ogni essere indistinto, pur nella distinzione dei sessi, bene comune, pur nella diversità
del sentire.