Un sonetto

E pensi a come mai trascrivi sogni
a quanti mondi affondi nel tuo inchiostro
e invochi il mare e quasi te ne bagni
sguazzando nel deserto del tuo chiostro

e sei qualcosa solo mentre impenni
la strada come a scuotere il capestro
e già ne fai materia dei tuoi segni
o ad occhi chiusi in punta del tuo rostro?

non saprei dirlo dove e come scrivo
ma certo vivo alquanto da poeta
e soffio le mie burle in una bolla

chi scrive nulla il nulla che ti culla
affila canticchiando da una grata
dei punti di domanda
mai d’arrivo!

Grato del mio diletto

 

 

Sono nato e vivo in quel di Reggio Calabria, dove ho racimolato un appartamentino con doppia balconata, un branco d’amici e pa-renti vari, quasi interamente ormai disperso, e una non brillantissima maturità classica, da cui in compenso ho tratto un odio incondizio-nato verso poesia e poeti tutti, in blocco, grazie ai miei soporiferi insegnanti.
Ho poi faticosamente cambiato idea sulla parola poetica, per via di certi 33 giri dei ’70 in cui giravano le stesse sillabe di sempre, ma usate in modo alquanto interessante.
Da quanto tempo scrivo? Un giorno – avevo appena dismesso il pannolino – scrissi la mia prima terzina Mamma, \ se eri acqua \ ti bevevo! e non ho più smesso con le triadi, ritmate e non (e con gli svarioni grammaticali).
In che modo vezzeggio la mia scrittura? Partecipo, da qualche annetto, ai favolosi Concorsi Letterari Nazionali tutti, o quasi, poten-do vantare di non essermi mai – dico mai! – classificato ultimo.