Quella che Juan Vicente Piqueras ci propone nel libro “Avverbi di luogo” è una poesia che si coagula intorno a poche figure e le mette in scena in un modo sempre nuovo, moltiplicando i fuochi del discorso attraverso una rimodulazione continua e irrequieta del materiale di partenza. Una poesia che accoglie in sé il mondo e lo comunica con parole che sembrano le uniche possibili o dicibili; le sole sopravvissute allo scontro con il reale.

Viene da chiedersi, fin da subito, se si sia autorizzati a tentare un’interpretazione del discorso poetico dell’autore o se non sarebbe invece meglio mettere da parte ogni slancio interpretativo e abbandonarsi “al ballo tra la musica della parola e il significato della parola”(*); consapevoli che, come già ammoniva Montale in un’intervista in cui gli si chiedeva di spiegare alcuni suoi versi, dove c’è spiegazione non c’è più poesia.

Un altro punto che scoraggia il tentativo ermeneutico è la sensazione che in un caso come questo esso risulti allo stesso tempo di troppo e insufficiente. Di troppo in quanto  il fascino di questi versi colpisce il lettore fin da subito e, come afferma Jose Hierro, “Piqueras[…] ci cattura ancor prima che arriviamo a capirlo”. Insufficiente in quanto molto dovrebbe essere lasciato fuori, e la concentrazione di significato nella parola poetica rischia di lasciare continuamente spiazzato il discorso interpretativo. Lo scarto tra l’una e l’altro costringerebbe il nostro discorso a un lavoro estenuante di rincorsa con il rischio di ritrovarsi senza fiato.

Nonostante queste premesse decidiamo comunque di assumerci questo rischio; con la cautela di specificare che la nostra, più che un’interpretazione, sarà un tentativo di sondare il mondo poetico di “Avverbi di luogo” da un’angolazione specifica, limitandoci a indicare alcune coordinate fondamentali e senza imporre pretese di significato.

Iniziamo quindi avanzando un’ipotesi su che cosa sia questo quid della poesia che ci cattura fin da subito. Esso mi pare possa essere individuato nella vastità della parola di Piqueras, la quale non si misura tanto in estensione quanto in profondità e che il gioco dei rimandi simbolici (la sete, la spada, lo specchio…) testimonia acquisendo nuovi significati a ogni manifestazione.

Andare in profondità significa anche ritornare più volte negli stessi luoghi. Oltre alla ricorsività intertestuale dei rimandi simbolici vi è altresì una ricorsività interna ai singoli testi, con l’ultimo verso che spesso riprende l’enunciato di apertura, non già per volontà di ridire la stessa cosa ma per la necessità di sondare il discorso da nuove angolazioni. Questo ritorno al punto di partenza (“non c’è viaggio che non sia un ritorno”) ci dona così la consapevolezza che ripetersi non significa ridire la stessa cosa ma verificare se uguali sono le risposte possibili nello spazio intercorso tra il primo e l’ultimo verso, arricchiti dall’esperienza della pagina, dal suo viaggio.

E il viaggio è proprio il tema che ci consente di affrontare le poesie da quell’angolazione specifica di cui si è detto, nonché uno dei temi cardinali di queste poesie. Non importa se esso sia sognato ed evocato attraverso la scrittura come nella bellissima “Ailleurs” o invocato come condizione esistenziale necessaria alla felicità come avviene già nell’incipit: “Sono felice solo quando me ne sto andando”. Un viaggio che non teme l’approdo del nulla e che trae la sua importanza dalla messa in crisi della certezza dello stato in luogo più che dalla meta ultima; nella consapevolezza che in fin dei conti non c’è meta possibile per chi ha deciso che la sua patria sia “non decidere, non stare da nessuna parte”.

E ancora il viaggio, oltre a essere sguardo critico del soggetto su se stesso e sulle proprie certezze, è anche sguardo critico sul mondo e sulla propria cultura; su quella “cena di cinismo dell’occidente” che il poeta si propone di voler abbandonare o di voler mettere in crisi attraverso la scrittura andando “da destra a sinistra,[…] come se stessi tornando alla mia origine araba”, in una presa di distanza critica dal modello culturale occidentale.

Lo sguardo trasversale sulle culture d’oriente e occidente è simbolizzato anche attraverso la rielaborazione del materiale mitico. Come avviene ad esempio con il richiamo al mito di Narciso che sembra voler corrodere la religione dell’individualismo attraverso la sentenza “dovevi bere e amare, non guardarti”. È interessante notare come la messa in scena del mito avvenga in un paesaggio caratterizzato da palme, dune, amanti beduini, deserti, come ulteriore collisione tra simboli orientali e occidentali.

Distanziandoci poi dalla singolarità delle poesie qui raccolte è possibile rintracciare alcuni elementi caratterizzanti che fanno di “Avverbi di luogo” un macrotesto. È ancora il viaggio, come isotopia testuale, che lega insieme questi componimenti e dà loro quella coerenza semantica che costituisce il libro di poesia secondo la definizione che ne ha dato Enrico Testa, mutuandola dalla critica strutturalista degli anni ‘60. Segnali di questa isotopia sono già i titoli delle sezioni in cui è suddivisa la raccolta: “Andata”, “Sete” e “Ritorno”; dove la sete, altro simbolo che compare dall’inizio alla fine del libro, si configura come un contenitore metaforico di tutti i desideri dell’umano: l’amore, lo slancio vitale, il viaggio stesso. L’isotopia è confermata implicitamente anche dal titolo della raccolta “Avverbi di luogo”. Il viaggio che ricongiunge lo spazio che separa il “qui” dal “lì” e in cui si gioca l’avventura della poesia e la stessa possibilità di esistenza del soggetto. Un soggetto che costruisce se stesso attraverso il viaggio della scrittura, una vera e propria operazione di poiesis per edificare un luogo in cui “essere nessuno e tutti allo stesso tempo”, attraverso “uccelli-parole” che possano “dare un nome a ciò che non è, / a salvarlo dall’oblio e da me stesso, / dalla gabbia di essere soltanto chi sono”.

Fermiamoci qui. I rimandi interni al solo tema prescelto non sono ancora esauriti e già avvertiamo di esserci spinti oltre; di essere entrati in quella rincorsa e in quel rischio a cui si accennava in apertura. Concludiamo quindi questo intervento ritornando alla parola del poeta, la sola che, senza avanzare certezze, possa condurci alla fine del viaggio o al suo ricominciamento senza arrivare stremata: “Guardo le mie mani come chi non capisce. / cerco in esse la via del ritorno.”

*Dall’intervista all’autore appartenente al ciclo di interviste “entrelibros, entrevistas” per la biblioteca Max Aub dell’Istituto Cervantes di Argel https://www.youtube.com/watch?v=oGH7PTcNcbk