Nel definirci “avverbi di luogo senza luogo” Piqueras rimanda complessivamente alla funzione dell’avverbio in quanto “parte invariabile del discorso che si giustappone nello spazio, nel tempo e nella modalità”(1) e alla sua variante “poetica”, che sposta l’attenzione dal luogo sicuro di un traguardo all’erranza dei nomadi dell’esistenza; una tensione verso qualsiasi cosa del mondo sia raggiungibile con l’auspicio di non trovare mai un approdo certo, una casa a cui tornare. Sembra dirci che l’età non è una progressione orizzontale e che il cammino porta ad altro cammino. Ci dice che non esiste resistenza che valga la pena di perseguire e che la vita va accolta aprendosi il costato, lasciando che il corpo scoperto accolga la ferita (Io ho bisogno di ferite per essere \ chi sono). Attraverso gli occhi del Gabbiere che guarda con l’ardore di un bambino, ci indica il profilo di una terra che non s’affaccia (i miei occhi come due tasche rotte /dove tutto entra perché tutto cade). Ci sprona a diffidare dalla linea di arrivo e allo stesso tempo ad essere marciatori instancabili, a non essere inebetiti dall’ottimismo e tuttavia a continuare: “Chi desidera e non agisce piano piano si guasta”. La parola di Piqueras ha la forza di trasformare il desiderio in    sete (Al principio fu la Sete. Il Verbo \ venne dopo e non seppe placarla. […] Al principio fu la Sete. Il Verbo venne dopo e disse la sua impotenza. […]La Sete si affacciò al mare. \Si vide nuda e sola. \A nulla le servì \ignorare che l’attesa è una spada che finisce per conficcarsi in chi l’impugna.). Il ritmo con il quale alterna la difficoltà di fronte alla quale viene a trovarsi il pensiero nella sua ricerca con la chiarezza dell’immagine poetica ricorda a volte l’andamento della dialettica Hegeliana. Più precisamente direi che la poesia in Piqueras è quel nutrimento che ravviva il dinamismo tra tesi e antitesi e, allo stesso tempo, la forza che osteggia la riduzione nella sintesi.

Avverbi di luogo è un contenitore enorme, lo spazio nel quale Piqueras riversa la maggior quantità di vita possibile. La sua parola è un’eredità lasciata da una ferita originaria; slabbratura sanguinate che cerca di placare nella parola la sua sete inesaudibile (La ferita più intima è ereditata.\\ Il dove, il come, il quando,\la morte, la nascita,\lingua, famiglia, dio, epoca, amore:\ciò che è determinante di quanto ci succede,\e di quello che siamo,\non è un qualcosa che abbiamo desiderato o scelto.).

E’ interessante osservare come la spinta del desiderio che torna in alcuni momenti della prima sezione, nella seconda diventi una “sete” imprescindibile. Così si intitola la seconda sezione: “Sete”. Da spinta verso ciò per cui siamo destinati e che a volte ci indebolisce (Nel desiderio \ siamo ancor più quando (quando tornerai,\ quando arriverà il momento, quando vorrai),\ più congiuntivi e indifesi ), il desiderio si trasforma in ciò che ci precede da un’epoca prima della parola(2) (Al principio fu la Sete. Il Verbo\ venne dopo e non seppe placarla.\\ La Sete si affacciò al mare.\ Si vide inappagabile e sola.\ Fecondata dalla sua infelicità\ diede alla luce l’Orizzonte di cui siamo\ prigionieri e anima, \discendenti.). Non a caso i versi di questa sezione hanno una potenza tale da trascendere la prospettiva soggettiva per diventare, nel moto dell’esistenza, testimonianza e poi eredità; incitano al movimento della vita, all’ evasione dalla sua mortifera staticità.

E infine il “Ritorno”, ultima sezione del libro. Se è probabile che Piqueras con questa raccolta abbia voluto suggerire che il movimento “verso” è la componente fondamentale a tener viva la sete, nel Ritorno ci dice che stasi e morte sono i risultati di una stessa deriva. Capiamo che il soggetto che ci ha accompagnato per tutta l’opera ora è inquadrato da una distanza necessaria a produrre una narrazione. Il soggetto è guardato tornare e restare, e parla (È da lungo tempo ormai che la mia voce ha perduto\ la vista, e io la mia voce.\ Guardo questo mondo\ e quello che vedo non sa essere mio.\ Oggi è venerdì e il vento di ciò che vive\ soffia senza voce, dimentica quanto tocca.”. Piqueras nella disposizione dei capitoli si riferisce al viaggio: Andata, Sete e poi Ritorno. Eppure il ritorno ci lascia con un punto interrogativo rispetto alle percezioni iniziali; potrebbe essere il desiderio di tornare alla fase primaria (È da lungo tempo ormai che la mia voce ha perduto\ la vista, e io la mia voce. Guardo questo mondo\ e quello che vedo non sa essere mio.\ Oggi è venerdì e il vento di ciò che vive\soffia senza voce, dimentica quanto tocca.) oppure l’amara constatazione che il ritorno che non prevede una nuova partenza, sia il vero “avverbio di luogo senza luogo” ,perché come ci dice il poeta: “Qui fa venire sete di andarsene, sete di lì. \ Ma lì è il luogo dove non potrò mai essere, \dove io sono impossibile”.

(1) Wikipedia

(2) Un verso tratto da “Giuscio di noce” di Vanni Schiavoni (ed. Lietocolle)