Il mistero di questa poesia che si consuma come la vita si schiude, nella mia avventura di lettore disattento, in un’immagine struggente che mi appassiona e mi crea turbamento. Nella mia interpretazione la sfida dell’avverbio di luogo senza luogo che siamo si snoda tutta attorno a un’unica immagine che mi sconquassa, mi emoziona, quasi mi rende immobile rispetto a tutto il resto.

Questa immagine è il simbolo di un essere umano in conflitto con la sua natura e col suo destino. Questa immagine è un umano che ricerca e si ricerca dinnanzi allo specchio di se stesso e dell’altro. Ma il turbamento non viene tanto dal riflesso che ci restituisce qualcosa di differente rispetto a quello che avevamo creduto su noi stessi (o sull’altro). Il turbamento non viene dalla figura del corpo, dall’espressione del volto, dalla qualità dei vestiti che indossiamo.

Il turbamento viene da ciò che ci restituisce l’atto stesso di guardarci in quello specchio che sono le nostre stesse mani. Viene dalle mani consumate dagli sforzi che mettiamo in atto guidati da una idea di libertà che galoppa nel recinto della vita e delle sue limitazioni.

Fermatevi a immaginarlo questo umano. Inchiodato, con i piedi ben saldi a terra. Che può tutto. Pronto a tutto. Capace di tutto. Immaginate la sua onnipotenza in quest’unico atto definitivo: fermarsi, guardarsi le proprie mani, e incominciare un interrogatorio (e un percorso di perdizione) senza fine e senza fini. Fermatevi a immaginarlo, ancora. Cercate di visualizzare i dettagli. Immaginatevi quel corpo dinnanzi a un destino che non ha scelto mentre compie l’atto politico della responsabilità: è un corpo che sceglie di soffermarsi sulle sue proprie mani volgendo gli occhi del dubbio sull’interno di se stesso (prima che sull’interno dell’altro). Che coraggio! E quanta forza, quanta delicata e tenera prepotenza.

Soffermatevi ancora e ancora nei dettagli di questo terribile atto politico: avete gli occhi della consapevolezza sulle vostre mani adesso, e i lineamenti delle vostre mani, tutte quelle miriadi di pieghe apparentamente sensa senso, diventano strade specifiche che iniziano a raccontarvi di un percorso di crescita faticoso e inevitabile che non porta da nessuna parte al di fuori della direzione che era già stata scritta. Immaginatelo ancora, e ancora e ancora questo umano, che si interroga, sconfitto, sul senso di se stesso nel passato e nel futuro, in un presente che è già sfuggito via. C’è tutto, per me, in questo atto semplice. C’è tutto l’asfissiante e gioioso mistero della vita che desidera e sceglie la vita anche quando non desidera più e non vuole scegliere nient’altro. C’è tutto l’enigma del dubbio che non si lascia disvelare se non quando si incarna nelle leggi della sopravvivenza naturale e simbolica. Immaginatelo questo umano ricercare un atto di definizione decisivo mentre scruta il mistero della propria carne.

“Guardo le mie mani come chi non capisce.

Cerco in esse la via del ritorno”.

“So che se guardo indietro sono perduto

ma, al contrario, pure. Guardo le mie mani

come se fossero mappe o fossero

sporche e non avessi acqua per lavarle”.

L’autoconsapevolezza. La voglia di crescita. Il bisogno di un fine. Il dubbio dell’inettitudine. C’è tutto in questa immagine. C’è lo sforzo, c’è l’ardore, c’è il desiderio, c’è la fiducia, c’è il coraggio di chi sceglie di consultarsi per capire l’impossibile. È per questo che la parola scritta diventa una preghiera di un’anima inginocchiata a porgere suppliche al pensiero sotto forma di domande. Diventa l’atto di presa di consapevolezza per eccellenza che ci permette di affrontare la solitudine e il destino (della fine senza un fine).

“Non c’è via d’uscita al silenzio, non c’è modo

di sfuggire a questa assurda cerimonia

di dire ciò che non può essere detto,

si dice mentre va verso il suo scrittoio,

prende un foglio e scrive

che un uomo che è una brace più che un uomo,

eccetera, eccetera, eccetera”.

Siamo l’autoconsapevolezza di uno sguardo sempre in crescita e che mai diventa adulto. Siamo brace. Siamo sete. Siamo la sete di quel sapere del desiderio che dimora nei nostri occhi “che non vedono che non li vedo”, che elemosinano luce nella misericordia di una grazia che ci viene concessa (quella grazia che forse si nasconde in quel “Tutti noialtri dimentichiamo se possiamo /che non siamo ciò che desidereremmo, /che la memoria inventa quanto vissuto /per aiutarci a continuare a vivere”). Perché è sempre poco quello che i nostri occhi riescono a ottenere guidati dal quel vortice di desiderio descritto attraverso il “quando”: quella consapevolezza che si ha nel faticoso tentativo di ricercare ciò che potevamo o che potremmo essere, anche se non siamo stati e anche se poi, alla fine, non saremo. Quanto sforzo c’è in questo tentativo fallimentare e passionale che si attiva quando bramiamo di diventare quello che già siamo nella carne della nostra origine.

Questo sforzo è una passione che brucia quella necessità di vita che non abbiamo scelto e che ci viene consegnata come uno “strano corredo”, come un “lenzuolo ereditato” della nostra dinastia. Come “la fonte di una sete che non si conosce”. Siamo brace. Siamo “la sete di lí”: quel credere di sapere ciò che vogliamo che va al di lá del desiderio superficiale del bere; che al contrario della sete può essere ammutolito, si può appagare, e si può anche spegnere. Siamo sempre stati sete (come metafora e legge della sopravvivenza animale) e verbo (come metafora e legge della sopravivenza di animali simbolici). Ed è nel contesto di quest’universo simbolico della sete fecondata dall’infelicità dell’autoconsapevolezza che viene “alla luce l’Orizzone di cui siamo /prigionieri e anima, /discendenti”. Questa è la condanna a resistere che ci consegna, con ardore, la nostra biologia. “La ferita più intima è ereditata”.