A Trieste, dopo una breve malattia, il 9 febbraio 2018 morì Lela Zečković. Diciotto anni prima, si era trasferita a Trieste per essere più vicina alla sua terra natale. A quel tempo viveva ad Amsterdam da oltre quarant’anni. Ad Amsterdam si è imposta come poetessa, come insegnante di studi letterari e slavi all’Università di Amsterdam, e come traduttrice letteraria.
Lela è nata il 6 febbraio 1936 a Varaždin. Ha goduto di un’infanzia spensierata all’ombra di una cultura borghese che, non può essere altrimenti, ha assunto un aspetto drammaticamente diverso dopo l’acquisizione comunista. Studiò filosofia a Zagabria ed incominciò a frequentare gli ambienti letterarti della città. Continuò gli studi ad Amsterdam dal 1959, l’anno in cui sposò Hans Faverey. Aveva incontrato il poeta diversi anni prima mentre viaggiava attraverso la Jugoslavia.
La sua scrittura è stata bilingue fin dagli esosrdi. Ha debuttato in croato (Uho vraća vid – L’orecchio restituisce la vista, 1975) e subito dopo in olandese. Durante il discorso di accettazione del premio Van der Hoogt , scrive del suo bilinguismo: “Non gettare le scarpe vecchie finché non ne hai di nuove. E così è successo. Cammino ancora con le mie vecchie scarpe e le metto regolarmente su quelle nuove che mi sono diventate ugualmente care “. Traduttrice instancabile ha tradotto, proprio ad Amsterdam, Van Ostaijen e Nescio. Nel 1969 entra a far parte del Seminario slavo presso l’UvA. Sebbene fosse un insegnante brillante, la sua mente non era puramente accademica. Il suo grande talento, palese nella scrittura, risiedeva nella formulazione mozzafiato, nella prontezza e nel senso impeccabile del valore della parola poetica. Lela era completamente intransigente nei suoi giudizi. Si è ritirata nel 1997. Trascorse gli ultimi diciotto anni della sua vita a Trieste, con la sua amata Zagabria quasi a portata di orecchio, circondata nel suo appartamento dagli oggetti di Amsterdam: ritratti, clavicordo di Faverey.

Sempre dal discorso in onore al premio ricevuto nel 1993, scrive: ‘Posso rimandare la mia crescita per un po’, rendendomi conto che sono riuscita a mantenere un paese e ho ottenuto l’altro. Potrei usarne un altro. Se non altro per mantenere vivo il senso della relatività dei molti valori e norme tradizionali incorporati in ogni lingua “.

E’ sepolta nel cimitero Mirogoj di Zagabria.

Guido Snel

Video Letture

Alcune poesie

Con un debole per il tacere e l’inverno
si ritrova nuovamente in quel luogo
dal quale non è mai tornata.

Lentamente cammina avanzando,
passa da parte a parte con lo sguardo,
apre il libro pieno di chimere,

al suo segno il ponte si leva,
lei cade in avanti nel fango
e scorda d’essere mai esistita.

*

La mano di lui invecchiata
stringe forte
il pacchetto di sigarette.

Le sigarette sono ancora umide,
tutta la notte rimaste posate, scordate
sopra il recinto di legno
che separa due giardini.

Quando poi andiamo a fumarle
sul balcone spazioso
di un degradato albergo di provincia,
entrambi belli come un sogno,

allora riconosciamo il fumo
dall’odore o dal colore del nostro corpo.

BALLATA

Tutto ciò che lei vede, ode e tocca,
oppure, tutto ciò che la vede, ode e tocca
è suo. E questo lei lo sa.
I graffi sulle gambe non fanno male.
Distesa sul ventre nella fitta sterpaglia
inganna i cacciatori. I cacciatori le
sparano, non la colpiscono. I segugi
la cercano, non la trovano. Attira
i cinghiali fuori dal loro nascondiglio.
Fugge per salvarsi e giunge
a casa sorridendo enigmatica.

Ora se ne sta su un’irta roccia, vicino
al cielo azzurro. Inizia a sollevare
le spalle, diventa sottile, spalanca
le braccia come ali. S’immobilizza.
Quant’è fondo, quant’è scuro il mare blu?
Lei conosce la ballata di una ragazzina
che a tutti, anche a lei e ai cipressi
sopravviverà.
Come si chiama quella ragazzina, le chiedo.
Non lo sapeva più, era
tanto tempo fa.

PAESE NATALE

“Ma Lei tornerà
quando sarà vecchia, per
morire qui nel Suo paese?”

È il letto di morte, Elvira,
che aborrisco. Dove
dovrebbe succedere?
In quale camera, in quale paese,
in quale casa?

Allungo il braccio
per cogliere una mora;
e così china in avanti
su un muretto di pietra
che separa
due vigneti, odo
il fruscio tra l’erba
cresciuta alta: una serpe,
un topo?

Preferisco morire nello scompartimento
vuoto di un treno che sfreccia attraverso
paesaggi invernali.

Dissi: “Non lo so,
non lo so proprio
dove voglio morire. Ce ne versi
ancora un po’.”

MADRE E FIGLIA

Sono appese l’una accanto all’altra.
“La somiglianza è così grande” dice un uomo,
“che ci si dimentica che qui
si tratta di due persone.”

La madre è ancora giovane.
La sua bocca è viola piuttosto che rosa.
Il suo abito grigio è di seta opaca.

Suo marito che diede l’incarico
al pittore è un magistrato.

Lei non lo ama.
La sua pelle puzza d’autorità e di paura.
Mai ha potuto contemplarlo
in vestaglia con un bicchiere di vino
in mano.

La ragazzina è ancora piccola
e immersa in una luce tenue.
Alla vita ha una cinturina verde
decorata d’una fibbia intarsiata di smeraldo.
Il piccolo ventre è stranamente tondo.

Il suo vestitino di crespo di Cina
non può raccontarle
che un giorno avrà un figlio
da un uomo importante.

Il loro salone era grande abbastanza
per questi due tristi dipinti.

LETTERA

Nell’ufficio postale, a Firenze,
quello conosciuto per la sua bellezza,
una sera, ad un enorme tavolo vuoto
è seduto un uomo stupendo
e scrive una lettera.
Illuminato dal bagliore lattiginoso
di una lampada da tavolo.

Tra lui e il mondo ci sono:
il bordo del tavolo,
porte spalancate,
uno spazio immerso nell’ombra
impercorribile come un fiume
pieno di gorghi.

In un film avrebbero ridotto questa
scena ad un proiettile che perfora
la sua nobile fronte o all’entrata
di un impiegato.