Bauscia è il termine con cui in tutta Italia vengono definiti, in modo invero non troppo lusinghiero, i milanesi o in generale gli abitanti di Milano. Il bauscia è infatti lo spaccone, colui che parla dandosi molte arie, da qui la copiosa produzione di bava.

Il termine allude a un’idea di milanesità smargiassa e guascona che trova la sua legittimazione, soprattutto a uno sguardo superficiale, nella Milano da bere degli anni ’80 e nella moderna città copertina con i suoi spavaldi grattacieli o improbabili boschi in verticale.

Milano non è però solo questo. Anzi, l’anima della città, sotterranea come i suoi canali ma evidente a chi è disposto a osservarla con un occhio privo di pregiudizi, si rivela tanto più in quella “forma[…] di ospitalità elegante e noncurante” di cui scrive Maurizio Cucchi e che fece dire a un milanese d’adozione come Henry Beyle, meglio noto come Standhal, che “questa città divenne per me il più bel luogo della terra”.

Maurizio Cucchi apre lo sguardo a questa genuina anima milanese, le cui tracce a dire il vero sono presenti in tutta la sua opera in versi e in prosa, nei libri “Viaggiatore di città” (LietoColle) e “La traversata di Milano” (Mondadori). Ci conduce così in una Milano inaspettata (soprattutto per chi ne conosce solo l’aspetto contemporaneo di metropoli) e frugale: nei suoi monumenti e nelle sue chiese a due passi dalle vetrine dei negozi; nelle sue cascine e nelle sue periferie al di fuori degli itinerari turistici più battuti.

Emerge il rapporto che Cucchi intrattiene con la città; un rapporto fisico e simbiotico: quello del camminatore che quotidianamente percorre le sue strade e di colui che soffre quando ne sente parlare male perché se ne considera “un modesto dettaglio”.

Il viaggiatore di città si sofferma nei luoghi su cui il turista di passaggio posa uno sguardo distratto, invitandoci a scoprire la meraviglia di quei posti che a prima vista possono sembrare anonimi o respingenti: la cascina Linterno nella rurale Baggio (tra le altre cose soggiorno milanese del Petrarca), Chiaravalle e la sua abbazia, Monluè un tempo borgo di una Milano bucolica e oggi quartiere periferico incastrato tra le tangenziali.

Più ci inoltriamo nella lettura più risulta evidente come ai luoghi della Milano contemporanea si sovrappongano i luoghi della memoria, che il lento camminare riflessivo del poeta riporta alla luce. Accingersi allo scavo nel terreno della memoria significa far riemergere, oltre alle topografie passate, anche le fisionomie dei trapassati; le figure di quella Milano popolare tanto cara al poeta e che il lavorio della parola fa via via riaffiorare sulla pagina.

È interessante osservare quanto questo lavoro di scavo memoriale sia un motivo centrale e trasversale alla poesia e alla prosa di Cucchi che, come scrive Bertoni, soprattutto a partire dagli anni duemila hanno “decisamente cominciato a correre in parallelo”. Riprendendo ad esempio alcuni versi di Malaspina (Mondadori, 2013), la penultima raccolta poetica di Cucchi, si può scorgere lo stesso processo di rievocazione del passato dei luoghi in cui la memoria interviene per popolarli di persone, vivificandone il ricordo:

Erano poche, allora, le case sul corso, oltre il foppone di San Gregorio. La pianta dell’Ornato Fabbriche disegna le cascine Lomazza, Coronetta prima e Coronetta seconda, e i materiali usati dagli intrepidi padroni,[…] erano certo di sinistra, rovinosa provenienza.[…] Tanto che presto declinò fino allo stremo – piccolo purgatorio di umana sporcizia e tisi – declinò e non ebbe quasi più emissione di luce precipitando poi nel nucleo. E io procedo così, dissotterrando.

Partendo da questa rievocazione del luogo il poeta inizia il suo lavorio di scavo, “dissotterrando” fino a far comparire tutto un mondo di popolare vivacità, una “fisica e diretta presenza d’uomo”, dove troviamo la “Mainardi / […]che rimagliava le scorlére / fino al sordido buco della vecchia, / povera diavola nei suoi pidocchi, / povera Angiolina sdraiata sui lastroni.” E più oltre lo scavo riporta alla luce uno spaccato dell’intera società dell’epoca, quelle “donne degli anni Quaranta” che “sfoggiavano eleganti acconciature, / la riga a lato, il peekaboo bang / o i boccoli si aprivano sul collo…

Lo stesso luogo lo ritroviamo nelle passeggiate milanesi della traversata: “Da queste parti, tra corso Buenos Aires, le scuole di via Tadino, i Giardini Pubblici, abitatrice di una casa di ringhiera, del cosiddetto Cairo, quello che si trovava proprio appoggiato alla Polveriera, e già fatiscente dopo trenta o quarant’anni dalla sua gloriosa edificazione, lì appunto si aggirava vivacissimo un personaggio di cui vorrei parlare brevemente…”  Anche in questo caso punto di partenza per rievocare la storia della Nina, il suo sfortunato amore con Giovanni e le sue ambizioni a crearsi un proprio agio borghese a partire da un’infanzia vissuta nei quartieri popolari. L’aspetto interessante è il progressivo allargamento della visuale dal luogo ai ricordi, che arriva a gettar luce su un’intera classe sociale, toccando in questo modo la profondità di relazioni, vite e storie che caratterizzano i luoghi che attraversiamo, facendoli risuonare degli echi della storia.

Molti nel descrivere la figura del viaggiatore di città incarnato da Maurizio Cucchi hanno ripreso la fortunata definizione che Walter Benjamin diede dell’attitudine del soggetto che emerge in Baudelaire e nello specifico in quel capolavoro che è I fiori del male. Tra gli altri Alberto Bertoni che, nell’introduzione all’Oscar Mondadori Poesie 1963-2015, ha definito Maurizio Cucchi “flaneur meneghino”. Ebbene, se di flaneur certamente si tratta, mi sembra importante marcare le decisive differenze che distanziano il flaneur meneghino Cucchi dal flaneur parigino e che già sono emerse dal discorso fatto fin qui. Benjamin scrive infatti che in Baudelaire troviamo uno “sguardo allegorico che colpisce la città” e che questo sguardo è quello “dell’estraniato”, e ancora che “il flaneur è alle soglie, sia della grande città che della borghesia” (Baudelaire e Parigi in Walter Benjamin, Angelus Novus, Einaudi, pag. 155).

Come abbiamo visto dalla lettura di alcuni passaggi dell’opera di Cucchi, l’attitudine del poeta milanese è diversa e non del tutto coincidente alla definizione di flaneur data da Benjamin. Se abbiamo già detto del rapporto simbiotico di Cucchi con la città, possiamo osservare in aggiunta che lo sguardo che il poeta posa sui luoghi è, come si è visto, uno sguardo per niente allegorico ma piuttosto materico, più che mai a contatto con la realtà; una realtà che sprofonda nel sottosuolo della memoria per poi riemergerne attraverso la rievocazione della parola poetica.

Matteo Galluzzo