Faruk Šehić - Ritorno alla natura

Cod. Art. 978-88-9382-117-9
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Vincitore del Premio Internazionale Camaiore 2019


Prijevod ove knjige je omogućio Fond otvoreno društvo Bosne i Hercegovine.

La traduzione di questo libro è stata realizzata con il supporto del Fondo Società Aperta della Bosnia ed Erzegovina.


Regole e obblighi della guerra: la poesia di Faruk Šehić

Faruk Šehić aveva 22 anni ed era studente di Veterinaria all’Università di Zagabria, quando fece precipitosamente ritorno in Bosnia-Erzegovina per difenderla dall’attacco prima serbo, e in seguito croato, entrando a far parte del 5° Corpo dell’Esercito Bosniaco, dove guidò durante tutta la guerra un contingente di 130 uomini. All’inizio del 1992 il progressivo diradarsi dello scontro tra Serbia e Croazia, e il concomitante annuncio del presidente bosniaco Izetbegović, inerente alla risoluzione del governo della BiH di indire un referendum per creare uno Stato indipendente dalla Federazione jugoslava (cosa che avverrà nel marzo dello stesso anno), portò l’attenzione dei serbi verso lo Stato a maggioranza mussulmana, con la conseguente dichiarazione del parlamento serbo della nascita della “Republika Srpska”, con a capo il famigerato Karadžić. A nulla valsero gli inziali tentativi internazionali di trovare una mediazione pacifica alle richieste di serbi, croati e musulmani. Era l’inizio della fine in Bosnia-Erzegovina di quella che da secoli era la legge di convivenza civile tra etnie diverse, il komšiluk (fine il cui peso gravò anche sulle spalle della Croazia), e il via libera agli anni infiniti di una guerra caratterizzata da orrori inimmaginabili, compartiti tra massacri di civili e fosse comuni, pulizia etnica, stupri, detenzioni in lager, distruzione, sottrazione d’intere regioni.

In realtà, già da allora fu chiaro a tutti che non si trattava di un conflitto locale, ma di un conflitto di dimensioni globali; nel 1999 il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan, riferendosi per esempio al massacro di Srebrenica, affermò: “In Bosnia-Erzegovina vi fu una guerra mondiale nascosta, poiché in essa furono implicate direttamente o indirettamente tutte le principali forze mondiali, e in Bosnia-Erzegovina si spezzarono tutte le essenziali contraddizioni di questo e dell’inizio del terzo millennio”. Vi è dunque una data che per certi versi riassume il Novecento e apre degnamente il Duemila, e non è quella dell’attentato alle Torri Gemelle, ma è il 7 febbraio 1992: la firma apposta sul trattato di Maastricht segnava la nascita dell’UE, ma allo stesso tempo a Graz, nel cuore dell’Europa, in una riunione segreta i rappresentanti della comunità serba (il mondo bizantino e ortodosso) e della comunità croata (il mondo occidentale e cattolico) decidevano a tavolino la spartizione del territorio bosniaco secondo criteri etnici. E anche la città famosa per la sua ricchezza multietnica, Sarajevo, fu il primo teatro di scontri lungo le strade tra civili armati – immediatamente degenerati nel lungo cruento assedio da parte delle milizie serbe. Senza dimenticare, da ultimo, che furono proprio le guerre dell’ex Jugoslavia ad essere il primo evento mediatico continuato e collettivo della storia - una sorta di illusione che davvero quello che la televisione trasmetteva giornalmente fossero i tasselli con cui costruire a casa propria una storia “fai-da-te”. A distanza di anni, si intuisce che così non è stato, e mai come ora non suona affatto retorica l’idea che la letteratura possa sopperire, se non sostituirsi, con estrema nitidezza alla passata sovraesposizione mediatica. Ed è ciò che la scrittura di Faruk Šehić riesce a fare, ottenendo con il minimo sforzo linguistico il massimo del risultato comunicativo (non a caso uno dei suoi poeti preferi ti è Giuseppe Ungaretti).

Faruk Šehić, poeta, scrittore e giornalista, nato nel 1970 a Bihać, ma cresciuto a Bosanska Krupa (sulle rive del fiume Una, nella Bosnia Nord-occidentale), è considerato una delle voci letterarie più autentiche della ex-Jugoslavia, tanto che i suoi libri di poesia sono diventati dei best-seller; in Italia è approdato nel 2017 con il romanzo autobiografico Il mio fiume (Mimesis Edizioni, edito in Bosnia da Buybook nel 2013), nel quale si trovano per così dire in forma argomentata gli stilemi propri della scrittura poetica dell’autore: alla narrazione bellica si intersecano i ricordi dell’infanzia, in un balenio continuo di frammenti; i miti di una terra liminare come la Bosnia vengono accostati alla storia recente quasi con la fatale inerzia di un destino tragico; alla natura splendente che segue il suo corso immortale si contrappone l’onnipresente capacità distruttiva e omicida dell’uomo; la dimensione onirica e fiabesca di alcuni sprazzi del testo lascia il posto ad altrettanti squarci sulla brutalità della guerra; e su tutto, la voce del protagonista narratore snocciola con la stessa naturalezza le avventure di pesca della sua infanzia e le riflessioni più tremende sulla guerra che ha combattuto nella sua giovinezza. Il mondo del “dopo” ha distrutto non solo fisicamente il mondo del “prima”, ma ne ha reso impossibile la ricostruzione interiore: la guerra che è formalmente conclusa sopravvive come sindrome post traumatica in chi l’ha combattuta o vissuta; e siccome tutte le teorie del trauma sono concordi nel darne una definizione che lo collega non tanto all’evento traumatico ma alla sua successiva interpretazione, a maggior ragione Il mio fiume, scritto a distanza di vari anni dagli eventi bellici, è il segno del trauma, tanto più se nel suo riflettere la voce del narratore arriva ad affermare con agghiacciante pacatezza: “La guerra è piombata così, come un incubo, priva di un inizio e di una fine ragionevoli. [...] Non desidero sapere nulla di certo sulla nascita della città, non voglio occuparmi di cose remote ed essere profeta dal corto respiro: la storia non ha mai insegnato nulla di intelligente. Il fiume sa, ma non parla. [...] Quello che so per certo è che tutto si ripete: la storia si ripete, le nazioni-mattatoio si ripetono – non vengono mai distrutte, perché ogni volta le loro tecnologie sono segretamente protette per essere di nuovo utilizzate. Le fosse comuni sono un ritornello e in tutto questo le città non se la passano mai bene. [...]Il mio sangue è il contributo a questa storia.” (pp. 143-144).

La silloge di poesie che viene qui presentata per la prima volta in italiano, tradotta da Ginevra Pugliese, è tratta per la gran parte da due raccolte, Hit depot (Sarajevo 2003) e Transsarajevo (Zagabria 2006), quest’ultima molto popolare nell’intera ex-Jugoslavia. Sono presenti anche tre poesie (Manifesto, Passeggiata per Srebrenica, Poesia dei sopravvissuti) tratte dalla raccolta I miei fiumi (Moje rijeke, Sarajevo 2014). Come ha affermato l’autore, il suo intento era quello di scrivere per erigere piccoli monumenti funebri in ricordo dei suoi compagni morti, facendo della scrittura il terreno della dialettica tra immortalità della natura e mortalità dell’uomo, che anzi trova nel ritorno alla natura dopo la morte la sua dimensione di resurrezione terrena, “nell’intesa segreta tra inanimato e animato” (il cimitero militare Ometaljka). La natura, però, non è partecipe delle vicissitudini dell’uomo, è solo l’ambiente dove l’uomo combatte, o dove muore, e quindi è il territorio di segni che il soldato riferisce a sé: per analogia, al compagno morente “il blu del cielo / si addensava nelle sue labbra” (*Redžo Begić ha perso la vita); le colline erbose e idilliche sono diventate un cimitero militare, e neppure l’idea che “i cadaveri nutriranno la morbidezza dell’erba” le rende vive (il cimitero militare Ometaljka); in una pausa tra i combattimenti, il poeta soldato osserva il minuscolo operato dei minuscoli animali della terra, sennonché le rane depongono le uova “sul fondo della pozzanghera di uno scarpone militare”, preludio all’incipiente deflagrare del campo di battaglia “come la cellula di un tumore maligno” (intermezzo). L’analogia dei segni non si spezza neppure di fronte al tremendo ritrovamento di un frammento di cranio di un compagno morto (“era tutto ciò che era rimasto sulla terra”), al suo essere ruvido e vischioso come la superficie della luna (quando per la prima volta ho visto un pezzo di cranio umano). E tuttavia è la stessa stupidità della storia e della guerra a rivelare che il βος naturale vince sempre e comunque sul λόγος.

La particolarità di questi versi è che, pur essendo stati scritti a distanza di tempo, riportano chi scrive (e chi legge) nel mezzo della vicenda bellica, e non a caso i tempi verbali usati sono l’imperfetto e più spesso un presente diventato assoluto. Non viene lasciato terreno all’immaginazione, ma piuttosto si seziona linguisticamente la realtà ricostruendo scene, nomi, luoghi, e poi sensazioni e pensieri, come se fossero davanti agli occhi e nella testa: la morte di Redžo Begić è in diretta (‘Redžo Begić ha perso la vita’); la corsa per sconfiggere la precisione geometrica del cecchino-Polifemo (per il quale lo sparare per uccidere viene definito “lavoro”) descrive altrettanto geometricamente quanto sia infinitesimale ed istintivo il confine tra vita e morte (gioco di guerra, e poesia successiva); il soldato, diventato “un insieme di sensi affilati”, si abitua alla routine della presenza della morte come in un assurdo gioco scaramantico, con tanto di amuleto portafortuna (regole e obblighi).

La guerra ha azzerato il tempo e i sogni, e ciò che rimane sono derelitti di diversa natura che saettano attraverso la città, la città di origine (Bosanska Krupa) e quella di approdo (Sarajevo); fra questi, il poeta nomina coloro che sono “il sale della terra”, fra i quali siede. Questa situazione al limite tra realtà e mondo onirico (riconducibile all’effetto del PTSD) si riflette sulla doppia focalizzazione, che va dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo. Infine, la guerra ha azzerato anche l’amore, che è diventato un potente canto elegiaco già durante i combattimenti: la donna amata che il poeta anaforicamente vede “su ogni campo di battaglia [...] // in mezzo ai proiettili incendiari che impazzavano tra i boschi, le colline, le stelle [...] // anche nelle nuvole funeree pesanti come i corpi dei morti” (Azra); la stessa che lo abbraccia, ancora sporco dal campo di battaglia, e fa diventare il mondo uno sfondo insanguinato e distante; la stessa che appare come speranza al di là di ogni speranza di poter vedere ancora qualcosa; è pur tuttavia colei che alla fine il poeta soldato vede “ergersi a elegia”. Detto questo, la poesia di Faruk Šehić, ben distante dall’essere puramente nichilista, fa piuttosto venire in mente le parole di Simone Weil sulla guerra: “Per chi sa vedere, non c’è oggi sintomo più angosciante del carattere irreale della maggior parte dei conflitti. Hanno ancor meno realtà del conflitto tra greci e troiani. Al centro della guerra di Troia, almeno c’era una donna [...]. Per i nostri contemporanei, il ruolo di Elena è svolto da parole adorne di maiuscole. Se potessimo afferrare, nel tentativo di comprenderla, una di queste parole gonfie di sangue e di lacrime, vedremmo che è priva di contenuto. Le parole che hanno un contenuto e un senso non sono omicide.” (Simone Weil, Sulla guerra, Il Saggiatore 2017, p. 71).

Giovanna Frene




Redžo Begić je poginuo
na Golom brdu
zrno mu je prošlo
uzduž kroz prsa
na usta mu je izlazila krv
umjesto toplog zraka
lice mu je postajalo
bijelo i žuto
sve je trajalo par sekundi
modrina neba
nakupljala mu se u usnama.


Redžo Begić ha perso la vita
a Golo Brdo
un proiettile l’ha colpito
trafiggendogli il petto
dalla bocca gli usciva il sangue
invece del caldo
la sua faccia diventava
bianca e gialla
tutto è durato un paio di secondi
il blu del cielo
si addensava nelle sue labbra.



Notizie

Faruk Šehić è nato a Bihać nel 1970, nella ex-Jugoslavia, ed è cresciuto a Bosanska Krupa. Ha studiato Veterinaria a Zagabria fino allo scoppio della guerra in Bosnia, nel 1992, quando a 22 anni si è arruolato nell’esercito della Bosnia-Erzegovina. Durante il conflitto è stato comandante di un’unità di 130 uomini. Dopo la guerra ha studiato letteratura all’Università di Sarajevo e ha iniziato la sua produzione letteraria.

Come poeta, ha pubblicato Poesie in divenire (Sarajevo 2000), Hit depot (Sarajevo 2003, bestseller in Bosnia, nonostante fosse un libro di poesia), Transsarajevo (Zagabria 2006); I miei fiumi (Moje rijeke, Sarajevo 2014) è stato insignito del Premio Risto Ratković e del Premio Annuale dall’Associazione degli Scrittori di Bosnia-Erzegovina.

Come narratore, ha scritto i racconti brevi Sotto pressione (Pod pritiskom, Sarajevo-Zagabria 2004), libro vincitore del Zoro Verlag Prize, Racconti con il meccanismo da orologio (Priče sa satnim mehanizmom, Zagabria 2018) e il romanzo Il mio fiume (Knjiga o Uni, Sarajevo 2011), vincitore del Premio Meša Selimović nel 2012 e del Premio dell’Unione Europea per la Letteratura del 2013, pubblicato anche in italiano da Mimesis Edizioni nel 2017.

Nel libro di poesie Hit depot, Šehić tratteggia molti degli argomenti della sua successiva produzione, come la vita postbellica ai margini della società. Le sue poesie fondono il sentimento glocale del modo di vivere capitalista con la disperata vita postbellica tra le rovine, intese queste anche come i resti della società morta di Sarajevo e della Bosnia intera.

La critica letteraria ha salutato Šehić come un leader della “generazione maciullata” di scrittori nati in Jugoslavia negli Anni Settanta, e i suoi libri sono diventati libri di culto nell’intera regione. I suoi libri sono tradotti in francese, tedesco, inglese, bulgaro, spagnolo, olandese, macedone, polacco, sloveno, italiano, ungherese e arabo.

Šehić attualmente vive a Sarajevo, dove lavora come giornalista per il settimanale di cultura politica “BH Dani”.


Ginevra Pugliese (1971, TV). Nel 1996 si è laureata in lingua e letteratura serbo-croata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Trieste. Ha tradotto sillogi poetiche di autori croati, bosniaci e serbi tra i quali Rade Šerbedžija, Jozefina Dautbegović, Bisera Alikadić, Miroslav Mićanović, Tanja Kragujević, Nadija Rebronja, Vojka Smiljanić, Radmila Lazić, Tatjana Gromača; romanzi di Nenad Veličković e Zoran Ferić, alcuni racconti di Neven Ušumović e Senko Karuza. Per la casa editrice Vita Activa di Trieste ha tradotto le Lettere da Salonicco di Jelena Dimitrijević.

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