I ferri corti - Paolo Maccari

Cod. Art. 978-88-9382-141-4
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Postfazione

Raccolgo in questo volume circa un terzo delle poesie e delle prose che ho pubblicato a partire dal 2000. L’occasione che mi è stata data, e di cui sono molto grato, mi consente di ritagliare quella che ritengo essere la parte più vitale di quanto ho dato alle stampe. Non so se in futuro mi capiterà di cambiare punto di vista sulla mia attività poetica, ma non credo che l’eventuale cambiamento porterebbe a stravolgimenti significativi della selezione attuale, che ho compiuto secondo criteri qualitativi (rinunciando cioè a illustrare altre zone, dei libri che ho pubblicato, forse più interessanti ma secondo me meno riuscite).

La scelta dei testi rappresenta pertanto un primo bilancio che, giunto a quarantaquattr’anni, tento volentieri, e che sarei felice se volesse tentare anche il lettore sulla base dei testimoni presentati in questa sede.

I libri da cui provengono i testi sono i seguenti: Ospiti (Manni, 2000, prefazione di Luigi Baldacci), Fuoco amico (Passigli, 2009, presentazione di Mario Specchio, dove è rifusa la plaquette Mondanità, L’Obliquo, 2006), Contromosse (Con-fine, 2013, prefazione di Luca Lenzini, postfazione di Giuseppe Di Bella), Fermate (Elliot, 2017). In coda al volume figura un piccolo gruppo di inediti, che dovrebbe indicare la direzione del mio lavoro futuro.

Nella costruzione di questa raccolta si sono imposte alcune scelte strutturali: per preservare, insieme a quello qualitativo, anche il principio della scansione cronologica, e soprattutto per favorire l’allestimento non di un mero contenitore di brani sparsi, ma di una raccolta vera e propria, munita di una nuova struttura plausibile e leggibile.

Tali scelte sono state talvolta radicali: a titolo d’esempio posso citare il caso di Pensieri in piazza, una suite in prosa che ho scritto nei primissimi anni del nuovo millennio, sebbene abbia visto luce definitiva, dopo un passaggio parziale in rivista, solo in Contromosse. La serie, che è tutta giocata sulla persistenza da un testo all’altro del personaggio che dice io, avrebbe mantenuto un suo significato se il temperamento di quell’io avesse potuto distendersi in quasi tutte le occorrenze originarie: al di là di ragioni di spazio, glielo avrei probabilmente impedito per deficienze di sguardo e di voce che oggi, rispetto al passato, reputo meno perdonabil i, e dunque ho preferito non recuperare nemmeno quei pezzi che ancora mi persuadono.

Se poi dovessi indicare quale movimento complessivo abbia voluto suggerire con l’ordinamento attuale dei testi, direi che al momento mi sento di privilegiare, sul piano della riuscita, e con diverse eccezioni, le poesie e le prose che si inquadrano a ritratto. Poesie e prose insomma dello sguardo esterno, tentativi di restituzione di una realtà che non sia soltanto la mia. Ma non per questo ho abbandonato, in molti frangenti, la prima persona singolare: andando di pari passo con una ricerca, nell’intonazione, di sempre maggiore naturalezza (più difficile e meno spontanea, in me, di una qualche formalizzazione letteraria), ho perseguito un’autobiografia della voce che in prima persona mi sembra di poter esprimere meglio. Il che non vuol dire che sia sempre lecito, anzi!, stabilire una coincidenza tra l’io biografico e il personaggio che dice io.

In ogni modo non credo sia casuale che, come dimostrano gli inediti in chiusura del volume, questa traiettoria si accompagni a una sempre maggiore insorgenza, nei miei libri di poesia, di testi in prosa. Alcune prose, oltre alla citata suite dei Pensieri in piazza, compaiono già in Ospiti, ma il fenomeno si è intensificato con Fermate, fino ai termini di un dialogo piuttosto fitto tra i due generi, messi accanto per esaltare le rispettive differenze di respiro e di inquadratura. Invece di schivare la narratività, le mie ultime prose mi paiono domandarla in maniera abnorme, quasi fossero appunti preparatori, o impalcature, o rovine, non di racconti ma addirittura di romanzi non scritti. Oppure, al contrario, fossero le uniche parti di quei romanzi che, lasciando in ombra i connettivi e le dilatazioni, io abbia avuto la forza, la voglia, la necessità interiore di scrivere.

Per quanto riguarda i miei inizi metrici, qui documentati soprattutto dai sonetti della seconda sezione di Ospiti e dalla prima di Fuoco amico, evito di entrare in quel dibattito critico e storicistico che sarebbe necessario a renderne compiutamente ragione. Mi limito a citare le considerazioni svolte da Iosif Brodskij in un’intervista del 1973 (riproposta nel volume adelphiano Conversazioni): “Quando si parla di verso libero la prima cosa da chiedersi sarebbe: libero da cosa? (…) Va benissimo se hai quantomeno provato a scrivere in una forma determinata e il verso libero ne è una conseguenza. Perché è apparso il verso libero? Come conseguenza di una forma determinata. Quindi ogni poeta dovrebbe ripetere lo stesso procedimento in miniatura. Verso libero, libertà – qui si tratta di liberazione. Ma chi si è liberato da che cosa si è liberato? Si è liberato, diciamo, da una specie di schiavitù. Ma se non ha mai provato la schiavitù, non può nemmeno sperimentare la libertà perché la libertà non è un’entità autonoma”. Ho letto recentemente queste considerazioni di Brodskij, ma negli anni passati mi è capitato spesso di usare argomenti analoghi; agli inizi della mia scrittura in versi sentivo inaggirabile la necessità di “ripetere il procedimento in miniatura”, e di farlo senza alibi comici (intendo a livello stilistico): lungi dall ’attrarmi, la libertà senza liberazione, la contestazione di ciò che non si è scontato, mi appariva una licenza molto più obbligata, nello spappolamento contemporaneo, dello stesso obbligo. Con il passare del tempo, ho osservato in me una progressiva caduta di questa necessità. Ma spero che l’attraversamento delle forme chiuse sia servito a rendermi cosciente delle regole interne, non meno stringenti se rispettate con rigore, e sempre nuove, che ogni poesia libera richiede comunque al suo autore.




Notizia

Paolo Maccari (Colle Val d’Elsa, 1975) vive e lavora a Firenze. Nel 2000 ha pubblicato Ospiti (Manni), con prefazione di Luigi Baldacci, nel 2006 la plaquette Mondanità (L’Obliquo), confluita tre anni dopo in Fuoco amico (Passigli, presentazione di Mario Specchio). Al 2013 risale Contromosse (Con-fine, prefazione di Luca Lenzini e postfazione di Giuseppe Di Bella). Il suo libro più recente è Fermate (Elliot, 2017). Suoi testi sono presenti in diverse antologie italiane e straniere e tradotti in inglese, francese e spagnolo.
Sul versante critico, ha introdotto e curato opere di molti autori italiani otto-novecenteschi (ha collaborato tra l’altro con Adele Dei alla curatela delle Opere di Clemente Rebora edite nei Meridiani di Mondadori nel 2015); è autore di una monografia su Bartolo Cattafi, Spalle al muro (SEF, 2003) e di un volume su Dino Campana, Il poeta sotto esame (Passigli, 2012).
Dirige con Valerio Nardoni la collana di poesia di Valigie Rosse legata al Premio Ciampi.




Falene

Le falene smisero il volo
disprezzando le cieche volute,
le abitudini intorno alla luce.
Strisciarono,
infantilmente come bruchi,
verso l’ombra - profondamente
intente a disfarsi delle ali.


Tre morti

IV

Queste tre anime, Signore, le affido
alle tue mani passate dai chiodi
perché il tuo nudo costato sia nido
ai loro smarrimenti ai loro nodi

e tu escogita infallibili modi
per traghettarli al più lontano lido
dei tuoi regni, Gesù in croce che odi
il silenzio del Padre; io in te confido:

lascia i dimenticati in quieto oblio
dispiega droghe efficaci, richiudili
fraternamente in un docile addio

alieno da ogni sguardo a queste paludi.
Dio mio, Dio, fanne quiete, fanne sera,

esaudisci mio Dio questa preghiera.

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