L'uomo con i sandali - Ferruccio Giaccherini

Cod. Art. 978-88-9382-116-2
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Come convocare gli anni, i luoghi, i volti che vivono nel nostro corpo, memoria cosciente, forza cieca, inconsapevole abitudine? Forse è necessario, come fa il poeta, dare voce alla libertà di immaginare altri volti, luoghi, anni, dentro l'assedio del tempo.

L’uomo con i sandali viaggia povero e leggero, attraversa le immagini che porta con sé senza mai ritrovarsi uguale, passando ancora e ancora attraverso gli stessi crocevia della mente: non c’è alcun luogo che fa compiuto il ritorno. Ma le figure, i paesaggi, le città che attraversa vivono nella luce della parola un’intensità che a ogni passo, se non ritrova se stesso, di se stesso sa chiedere: è il tempo che lega il respiro con ciò che la mente vede. Certo, L’uomo con i sandali, quattro anni dopo (gli anni necessari a scrivere questo libro) si trova in un posto dove una donna lo guarda, lo accoglie, lo invita a entrare in casa - la porta che si chiude alle sue spalle fa intendere un lieto fine.

Ma siamo sicuri che sia proprio lui, l’uomo che quella donna aspettava, siamo sicuri che aspettasse qualcuno? Siamo sicuri che L’uomo con i sandali sia lo stesso di quattro anni prima?



Passeggiata domenicale

Per scoprire la luce di questo febbraio
che brucia la terra e si arrampica
con lame di gelo sulle viti
bisogna camminare fra i tronchi
sotto i rami neri colmi di foglie
e fra loro cercare il cielo
dove tarda la primavera
e la neve
promette il suo silenzio ancora un poco
prima che germoglino le gemme di pungitopo.




La ferocia della memoria

Postfazione a cura di Augusto Pivanti

L’esordio dell’autore alle cose del mondo avviene nella cucina dei nonni “furlans di Cjarnie”: è lì che, da zero a sei anni, Ferruccio fa esperienza di fuoco e di polenta, di cani (il pointer disperso in Ungheria durante una battuta di caccia e tornato a casa a Tolmezzo, da solo, dopo tre mesi) e di uomini (visti con gli occhi di bimbo).

È lì che Ferruccio Giaccherini inizia ad allenarsi all’esercizio dell’accoglienza buona, condizione che distinguerà (e ancora distingue) le sue scelte, nella pratica di una diminutio del sé non vezzosa e nemmeno arti­ficiosamente umile: Ferruccio si scosta perché nella fotografia appaiano (anche e soprattutto) gli altri, pare essere nel suo istinto la condivisione del pane, dei giorni (e delle notti) in luoghi di sofferenza dove il suo sapere di psichiatra ha aiutato tanti a sollevarsi dal disastro di una dissoluzione altri­menti definitiva.

Ferruccio non sa calpestare se non il suolo che sta sotto le suole dei suoi sandali, come nell’evocazione creata dal titolo di questa raccolta. E se di altra minima ossessione si può parlare, questa riguarda l’irrisolto con la memoria, una sorta di debito percepito nella necessità dell’estinzione, di un saldo che ne cancelli il permanere, che dia libertà dall’assoggettamento al mutuo.

Già si era iniziato a scorgere questo bisogno nella silloge d’esordio - Tradi­menti - quando Gian Mario Villalta nella prefazione richiamava a una rica­pitolazione degli accaduti (“Ho seguito F. G. fin dagli inizi del suo cammino di appropriazione della parola poetica, e ho visto da subito che non si trattava di un’improvvisa decisione, ma della volontà di recuperare, anzi direi “riunire” esperienze del sentire e dell’immaginare che erano state presenti nella sua vita da sempre”).

(…) Erano questi i nostri treni, / un po’ come le nostre attese / trascorrevano le sta­zioni / fermandosi sempre un attimo di più, / non sapendo se arrivare con le luci ormai spente / e gli occhi chiusi fosse davvero la fine, / un biglietto bucato in tasca / e il pros­simo treno che volevamo / non partisse mai. Così Ferruccio, sempre in Tradimenti, in quella dimensione del viaggio emendante che diviene postergazione (ma con linea di limite) della nostalgia.


Lo stesso Giaccherini che qui - ne L’uomo con i sandali, pure nelle vesti di un Achab più simbolico che “oceanico” - dice di un’altrettanto simbolica Moby Dick: Lei, / padrona dell’abisso, / bianca come una sposa / morta / ti fa a pezzi, si mastica / i tuoi denti / i legni e i ferri, / si fa un baffo del tuo odio: / è una forza, un potere assoluto / più feroce / della memoria. Ti sia, Ferruccio, preservata l’innocenza dei puri, che temono di avere nemica la natura ma sanno (o forse solo annusano) che il bene ha nome nello sguardo grato degli altri.




Notizia

Ferruccio Giaccherini è nato a Tolmezzo, in Carnia, nel 1947. Di origini toscane, ha vissuto a lungo tra Modena e Pordenone, dove ora risiede. Psichiatra e Neuropsichiatra dell’età evolutiva, da sempre ha coltivato la passione per la lettura e la scrittura poetica, cui dedica meglio tempo e impegno da quando ha concluso la sua attività professionale. È uno dei fondatori e presidente della “Pordenone Poesia Community”, comunità poetica che raccoglie scrittori e cultori della poesia del Friuli Venezia Giulia e Veneto orientale. Per LietoColleha pubblicato Tradimenti, 2015 e per Libreria Al Segno Editrice La lingua ritrovata - La lenghe ricjatade, 2016, con la traduzione in carnico di Celestino Vezzi.

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